venerdì 5 dicembre 2008

STORIE DE L’ARBIO di Don Alberto Benedetti






PREFAZIONE di Mons. Alberto Piazzi, prefetto della Biblioteca Capitolare di Verona.
Don Alberto Benedetti è certamente un personaggio scomodo. Forse non fa nulla per esserlo, ma nemmeno fa nulla, ma proprio nulla per non esserlo. Scomodo e anche un po’ anarchico, non perché sia nemico della regola o del principio di autorità ma perché non consente ad alcuna legge positiva di prevaricare sulla sua coscienza.
Scomodo perché materialmente e intellettualmente libero da quei mille condizionamenti che rendono le persone comuni così dipendenti dalle abitudini e dalle mode della civile convivenza e così attente al consenso e alla stima altrui.

La sua è una presenza che può dare perfino fastidio perché egli veste in quel modo, abita in quel modo, perché parla, scrive in quel modo ma soprattutto perché pensa in quel modo e alla fine si comprende come il pensiero sia in lui la matrice di tutto il suo essere e operare e si è costretti a riconoscere che il nostro don Albertone non è soltanto un tipo originale, scomodo e un po’ anarchico ma che è prima di tutto un uomo vero, logico e coerente con se stesso fino in fondo.
D’altronde egli è fatto così: prendere o lasciare. E chi lo smuove, chi lo può cambiare?!..
Uomo terragno, montanaro dalla testa ai piedi, anticonformista per costituzione congenita ha la stazza di un gigante e l’immarcescibile vestito di fustagno col berrettone di lana in testa e gli scarponi d’alpino ai piedi.
Mi pare talvolta di vederlo sbucare, strisciando carponi, da un anfratto oscuro di roccia dove si era cacciato per esaminare, per decifrare i segreti caratteri geologici del pianeta oppure di vederlo camminare solitario nei boschi per coglierne i colori, i rumori, i profumi oppure di contemplare la sua figura massiccia stagliarsi contro l’orizzonte mentre a lunghi passi attraversa lentamente un grande prato verde tenendo per mano un piccolo bambino tutto felice e sicuro al quale va raccontando storie infinite e fiabe e poesie che solo agli occhi puri dei semplici rivelano fino in fondo e cantano le meraviglie del creato…

Nel 1987 il Benedetti ha pubblicato «Montagne e montagnari tra Verona e Kufstein» che illustra la storia naturale di alcune tribù indogermaniche di razza ariana che si stanziarono e operarono nei territori tra Verona, l’alta Baviera e l’Austria meridionale a partire dal 500 a.c. fino al 1250.
Mentre la presenza e le avventure di Teutoni e di Cimbri, di Goti e di Lomgobardi, delle Arimannie, del Feudalesimo e dei Comuni vengono ricostruite, per il lettore, con serio impegno scientifico, l’autore insiste nel sottolineare che non tanto interessano le cose fatte dai governanti, dai generali, dai giuristi, dagli oppressori, sfruttatori e finanzieri quanto la vita e il lavoro della gente comune, degli artigiani scheggiatori di bifacciali asimmetrici, dei modellatori e dei cuocitori di argille, dei dominatori del fuoco e dei fabbricanti di utensili, di ruote e di vele e ancora dei coltivatori dei campi, degli orti, dei prati e dei boschi, dei creatori e trasformatori delle parlate naturali che sono i dialetti, dei collocatori e costruttori di stafoli sacri ai confini dei crocicchi, di coloro infine che fecero sorgere e funzionare le meravigliose strutture contradali, economiche e sociali, chiamate «Comuni ».
Nel 1988 uscì l’altro suo libro «Storia naturale di Faida» che riguarda una parte abbastanza ristretta della montagna veronese cioè il comune di Sant’Anna del Faedo ed i paesi dei Breoni e dei Molinari, col proposito di far apprezzare e conservare quanto non  è stato distrutto dagli uomini e dai millenni, o meglio, come Egli scrive, di ricuperare la conoscenza di un passato «non ancora devastato in nome della civiltà, degli sport, delle drogature televisive, della urbanizzazione, della cittadinizzazione, del sciommiottesco prurito di imitare parole e comportamenti di chi, vissuto altrove, non può conoscere il nostro passato millenario, che sta ancora scritto nelle parti più misteriose di noi ».
I capitoli della pubblicazione evocano personaggi e storie e spaziano su ricordi personali, su visioni del mondo, sulla evoluzione della terra e della specie, su Da1Win, sui ritrovamenti di resti umani, su l’uomo di Pechino, di Neandertal, sui periodi neolitico, del bronzo e del ferro, sulle glaciazioni, su la nascita delle città ecc. ecc. con una esposizione del tema spesso acuta, originale, convincente.
Ed ora quest’ultima pubblicazione: «Storie de l’arbio »!
Un libro complesso non facilmente inquadrabile nei tradizionali generi letterari.
Il Benedetti, d’altronde, neppure qui si smentisce.
Scrive come parla, con un periodare asciutto ed essenziale, con proprietà di linguaggio e di vocabolario che evita di far ricorso agli aggettivi, alla retorica o all’ enfasi.

Nella sua poverissima «isba» (così egli chiama la sua abitazione) c’è soltanto abbondanza di libri, da lui letti ed assimilati, che costituiscono il sottofondo culturale dei suoi scritti anche se gli si deve credere quando afferma che, la sua, non è cultura libresca poiché è conoscenza verificata sulle cose, è ricerca che dura da una vita, è passione ed amore per la sua contrada, per i suoi monti, per la sua gente.
«Storie de l’arbio» non è una raccolta di poesie anche se ne propone parecchie, non è un libro di storia anche se pieno di fatti reali, non una autobiografia anche se tutto ruota attorno alla vita e ai ricordi dell’autore.
Lo si potrebbe definire uno spaccato di vita montanara, dove, sul filo della saggezza che nasce dall’esperienza è piacevole dissertare di filosofia, di economia, di sociologia, di antropologia, di politica, di religione, di ecologia.
Il libro, di non facile comprensione, non sollecita i consensi. Merita tuttavia un grande rispetto perché si rivela, alla fine, un grande atto d’amore delicato e appassionato di un uomo che può dire con sincerità: «le mie montagne» quando fa riferimento alle terre dove è nato; dove ha condiviso, restando, la dura esistenza di quei giovani e di quei vecchi montanari, che soli hanno il merito di aver conservato nel suo splendore quell’ habitat naturale, la cui bellezza non può essere profanata o venduta.


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