lunedì 31 gennaio 2011

Che cosa resterà di tutti noi


Che cosa resterà di tutti noi

nella memoria di gmail, di splinder, di facebook,
nelle immagini sgranate di flickr,
lungo dorsali che non dormon mai?

di post, commenti, link, trackback, di quelle
chiacchiere remote che ci cullano,
dei grandi discorsi che rimbalzano
avanti e indré sull’adsl?

ogni messaggio inviato al mondo
insegue di nascosto un solo cap,
con un destino che nessuno sa.

ma di noi stessi, se guardiamo in fondo,
non possediamo un nastro di backup:
dite, vi prego, cosa resterà.


Fonte: nr

domenica 30 gennaio 2011

Vittoriano Guareschi: «Vi presento la moto di Valentino Rossi»


C'è aria nuova in Ducati. Vittoriano Guareschi, reduce da tre giorni di test a Jerez, è felice e motivato in vista della stagione 2011 che vedrà al via sulla Ducati Desmosedici Valentino Rossi. Il pilota di Tavullia dopo il test di Valencia, nei giorni successivi l’ultima gara del 2010, ha chiesto alcune modifiche alla moto e subito il reparto corse ha sfornato novità che hanno richiesto il ritorno in sella del «Vitto» che in alcune occasioni si sdoppia nel ruolo di team manager e tester del team.
Con Guareschi ha girato anche Battaini, collaudatore del team, che ha testato l’anti Wheeling, mentre il parmigiano che sulla Desmosedici dal 2002 a oggi ha percorso 80.000 chilometri si è occupato di setting e assetti. Valentino Rossi, il pilota più forte degli ultimi dieci anni, è senz’altro l’arma in più per cercare di conquistare il titolo della MotoGp, ma rappresenta anche una responsabilità.

«Da quando è arrivato Valentino abbiamo gli occhi addosso di tutti - racconta Guareschi -. C’è molta attesa sia da parte dei media che del pubblico. Lui da parte sua è motivato. Quando è arrivato a Campiglio l’ho visto stanco perché non aveva staccato la spina. Solitamente dopo il mondiale si fa sempre un mese di vacanza, ma quest’anno appena finito il mondiale si è operato alla spalla e poi ha iniziato la riabilitazione. Non si è potuto fermare un secondo. Alla fine della settimana invece aveva una nuova faccia: si è trasformato. Inoltre stare con noi gli ha permesso di conoscerci meglio e questo lo ha aiutato. Prima per lui eravamo avversari. Io non ero nemico, anche perché abbiamo corso insieme nel ’94 in Sport Production nello stesso team, però eravamo avversari».

Quanto ha influito Vittoriano Guareschi a portare Valentino Rossi in Ducati?
«In Ducati sono cambiate diverse cose, e in mezzo a queste novità ci sono anch'io. Era dall’inverno scorso che parlavamo, poi quando abbiamo capito che Casey sarebbe andato via abbiamo intensificato i contatti. Poi lui ha capito che in Yamaha non aveva più molto posto e così si è arrivati alla firma».

Il sogno di avere Rossi sulla Rossa di Borgo Panigale è diventato realtà e ora i tifosi sognano il mondiale.
«Con un pilota così l’obiettivo è certamente vincere - dice Guareschi senza giri di parole -. Però il clima è rilassato. Dopo il test di Valencia, tutto lo staff di Vale era tranquillo a partire proprio da lui. Non poteva spingere per il dolore alla spalla, però ci ha dato delle indicazioni importanti da seguire. Anche Jeremy Burgess non si è per nulla allarmato. Anzi, il tecnico australiano, quando è venuto al reparto corse ha detto a me e Filippo Preziosi una cosa molto bella: ''l’obiettivo è vincere. Ma soprattutto quello che vogliamo fare è rendere la Ducati una moto sfruttabile da tutti i piloti''».

Tornando a Rossi: com’è stato l’approccio con il team?
«Vale, quando scende dalla moto racconta le sue impressioni partendo sempre dai lati positivi. Poi alla fine del discorso dice quello che va migliorato. Al contrario, molti altri piloti, appena arrivano al box iniziano a dire quello che non va. È un sistema completamente diverso di ap

Ci sa fare e sa fare gruppo. Inoltre è molto tecnico: solitamente con gli ingegneri elettronici i piloti parlano il meno possibile perché si annoiano a parlare di dati. Lui invece ci tiene molto e addirittura chiede tutte le regolazioni. Ha un modo di lavorare molto preciso e questo gli permette di incamerare dati e la volta successiva sa da che punto esatto partire. Nel test di Valencia ha provato la moto di Stoner e non ha voluto cambiare nulla. Per lui la Ducati è una moto vincente e dunque non bisogna stravolgerla, ma solo perfezionarla. E lo stesso lo pensa Burgess. Entrambi conoscono i pregi della Ducati e per questo non vogliono renderla uguale alla Yamaha, perché così facendo si perderebbero caratteristiche fondamentali».

Nei prossimi test in Malesia cosa proverà Rossi?
«Abbiamo rifatto l’ergonomia della moto lavorando su serbatoio, sella e manubrio. Partirà da lì e poi testerà l’anti Wheeling. Poi potrà testare telaio più morbido e la base delle piastre sterzo e forcellone più flessibili oltre alla forcella di diametro 42. Queste modifiche sono state fatte per dargli più stabilità sul davanti».

Che differenze ci sono tra Stoner e Rossi?
«Entrambi sono molto veloci. Casey ha uno stile che difficilmente si adatta agli altri: frena forte e raddrizza la moto molto alla svelta, quindi ha bisogno di stabilità e trazione. Rossi invece la moto la guida più dolcemente, la violenta meno. Casey è istintivo e in mezzo giro va subito forte. Sa come va la moto, ma al box non sa dire cosa bisogna fare per migliorarla».

Potevate vincere il mondiale 2010?
«Se Stoner in Qatar avesse vinto e non fosse caduto, il mondiale avrebbe preso un’altra piega. Poi a Jerez è caduto e gli è venuto il tarlo dell’anteriore. Abbiamo lavorato tanto per eliminare il problema e alla fine della stagione è tornato Stoner e ha vinto delle gare.” Ora però si pensa al mondiale 2011, mentre la Ducati 2012 che segnerà il ritorno alla cilindrata 1000 gira già al banco. Valentino non sarà al pieno della forma, ma potrà farsi un’idea della nuova moto. La sfida è partita e già dal Qatar, prima mondiale, le sorprese potrebbero arrivare.

Fonte: srs di Filippo Delmonte dalla Gazzetta di Parma  del 22 gen. 2011

sabato 29 gennaio 2011

Il processo creativo delle meraviglie Apple: come si lavora a Cupertino


Perché i programmi Apple sono meglio disegnati della media e spesso offrono una soluzione originale ai problemi? Un esperto programmatore di Cupertino svela alcuni segreti su sviluppo e progettazione secondo Steve. 


Michael Lopp, Senior Engineering Manager di Apple svela alcune procedure interne al team di sviluppo che gettano un po' di luce sui segreti di Cupertino.

Le interessanti dichiarazioni di Lopp sono state raccolte da Business Week durante la conferenza SXSW dove partecipanti e relatori discutono di sviluppo software senza formalità e in tono amichevole



Il primo dettaglio curioso che emerge è la spiegazione tecnica dell'effetto Apple che si genera ogni qual volta un cliente ha per le mani un nuovo prodotto di Cupertino. 


Inizialmente Lopp descrive la procedura come una sequenza di regali o sorprese offerte al consumatore finale, dopo di che il manager di Apple spiega il procedimento come: "Ottime idee impacchettate all'interno di altre ottime idee" che tradotto in termini pratici significa grandi programmi che funzionano in un hardware favoloso consegnato in una confezione bellissima.



Questa spiegazione illustra in termini via a via più precisi l'effetto dell'unboxing che ormai è diventato una consuetudine tra gli utenti Apple che per primi riescono a mattere le mani sui nuovi prodotti. Il rito dello spacchettamento, dell'apertura della confezione e del centellinare uno a uno tutto il contenuto della scatola.



Non è finita. Michael Lopp è un esperto di sviluppo software e durante il suo intervento alla conferenza si è concentrato sulle procedure e i metodi di lavoro seguiti da Apple.



Prima 10, poi 3 e alla fine una sola valida.
Il primo aspetto che emerge è la creazione di mockup perfetti in ogni minimo dettaglio: si tratta di modellini che rappresentano l'aspetto dell'interfaccia e le sue meccaniche di funzionamento. 



A differenza della maggior parte delle altre aziende in cui vengono creati numerosi modellini diversi ma tutti elementari, Apple ne crea soltanto 10 ma perfetti in ogni loro parte.
Lopp afferma che si tratta di una procedura che inizialmente richiede una quantità enorme di tempo ma in grado di eliminare qualsiasi ambiguità successivamente. Nelle fasi seguenti infatti non occorre correggere errori.



I designer di Apple costruiscono così 10 soluzioni diverse in modelli perfetti e completi per ogni nuova caratteristica, diversamente dalle altre società in cui solitamente si parte da 7 mockup per selezionarne poi 3. 


A Cupertino si parte da 10 modelli senza nessun limite per lo sviluppo e la progettazione, dopo di che ne vengono selezionati 3 su cui vengono investiti altri mesi di sviluppo. Alla fine emerge un’ unica forte decisione. 



Le riunioni agli antipodi
Ogni settimana i gruppi di sviluppo fanno due riunioni diverse.


Durante la prima tutti dimenticano i limiti delle tecnologie e progettazione, pensano in assoluta libertà ai progetti che potrebbero funzionare, non importa se all'inizio possano sembrare impraticabili o infattibili.


Nella seconda riunione invece gli stessi gruppi di lavoro devono determinare come un progetto preciso possa essere trasformato in prodotto: a tutti è richiesto di concentrarsi sullo sviluppo concreto. 


Questa procedura di riunioni antitetiche continua attraverso tutte le fasi dello sviluppo per qualsiasi applicazione, anche se le parti "serie e pratiche" prendono il sopravvento man mano che il progetto avanza.



Le pony-riunioni
In questi altri incontri la dirigenza evidenzia i desideri e gli obiettivi per un determinato prodotto, non importa quanto siano realizzabili da parte degli sviluppatori. 


Lopp descrive con toni affabili la procedura: in queste riunioni i dirigenti sembrano richiedere l'impossibile agli sviluppatori così l'esperto programmatore di Apple ci scherza su: "Voglio WYSIWYG... voglio il supporto dei principali browser.... voglio che rifletta lo spirito della compagnia...o...io voglio un pony! Perché no? Un pony è bellissimo!"


Si tratta dei responsabili che alla fine firmano gli assegni quindi, se non fosse per altre ragioni, Lopp ritiene che meritano di essere ascoltati o per lo meno non ignorati.

Nonostante i toni scherzosi e informali di Lopp, la procedura e le pony riunioni sembrano avere un certa utilità.


Durante gli incontri i responsabili di alto livello possono apprendere cosa è possibile realizzare in ogni fase dello sviluppo. In questo modo i dirigenti evitano qualsiasi disastro di lungo termine inoltre riescono a ottenere le funzioni o le caratteristiche che tanto desideravano, i pony appunto.



Il concetto delle sorprese e dei regali confezionati uno dentro all'altro, la modalità di sviluppo dei modelli, infine le riunioni antitetiche e gli incontri pony. 


Questa procedura di lavoro sembra riuscire nell'intento di Apple: includere sempre il fattore fantasia, l'aspetto creativo da cui in molti casi nascono i prodotti innovativi di Cupertino.




Fonte: Macity
 del 14-03-2008

venerdì 28 gennaio 2011

Petrolio e popolazione globale nel corso del tempo


C’è una relazione stretta tra il picco della produzione del petrolio e la popolazione. Già dagli anni ’50 c’erano diverse stime sulla crescita e la diminuzione della produzione globale di petrolio, e probabilmente era inevitabile che nel corso del tempo si passasse dall'ottimismo al realismo. Tutto sommato, per la propria reputazione è meglio fare qualche errore sul lato della prudenza piuttosto che apparire uno stupido annunciando una catastrofe che non avviene. Con l'aumento degli studi, tuttavia e con l'avvicinarsi degli eventi critici, ha prevalso infine il realismo.

Partiamo da due fatti di base. Il primo è che il consumo globale di petrolio è di quasi 30 miliardi di barili all’anno. Il secondo è che oggi la popolazione globale conta circa 7 miliardi. Partendo da queste due premesse, possiamo fare delle valutazioni ragionevoli tanto sul picco della produzione del petrolio quanto sulla diminuzione della popolazione.

Il picco della produzione di petrolio globale sarà circa nel 2010 e il tasso di declino più probabile dopo il picco è del 6% [ 5, 7, 11]. Ciò significa che dopo il picco la produzione diminuirà al 50% del picco entro 11 anni, cioè entro il 2021.

La dimensione della popolazione è legata direttamente alle riserve di petrolio. Nella società industriale il petrolio è sempre stato la fonte d’energia principale. In realtà, è proprio grazie all’abbondanza di petrolio che è stata possibile una grande popolazione globale, essendo anche il petrolio il motivo per cui la popolazione è cresciuta così velocemente. [1]

Quindi se nei prossimi 11 anni la produzione del petrolio toccherà la metà del suo picco, anche la popolazione dovrà diminuire alla metà, cioè a 3,5 miliardi. Una diminuzione da 7 miliardi a 3,5 miliardi di persone significa che, come la produzione di petrolio, anche la popolazione diminuirà del 6 % all’anno.

Ma come sarà possibile diminuire la popolazione da 7 miliardi a 3,5 miliardi in soli 11 anni? Sarebbe mai possibile una tale riduzione della popolazione con un programma di cessazione volontaria delle nascite, ma senza nessun altro cambiamento drastico del comportamento umano? Funzionerebbe una politica di zero-nascite? Sfortunatamente, è poco probabile che un tale programma funzioni. Prima di tutto, per avere degli effetti significativi il programma dovrebbe essere globale ed immediato. Oltre a questo, la maggior parte della gente è poco aperta al suggerimento della politica del figlio unico, come in Cina, e quindi è ancora meno probabile che una politica del genere sia tollerata.

In tutti i casi, i numeri non sarebbero influenzati dalla diminuzione del tasso di natalità senza la crescita del tasso di mortalità. Siccome la maggior parte delle persone che vivono adesso sarebbero ancora vive nel 2021, la popolazione non diminuirebbe abbastanza. Quindi, è chiaro che non c’è nessuna strategia politica per ridurre la popolazione del 6% all’anno.

L’unica soluzione sarà la carestia, ma questa scelta non toccherà agli uomini.

Sarà la scelta della Madre Natura, come nei casi delle altre specie. Il processo verrà messo in moto dalla diminuzione globale e sistematica delle risorse e della diminuzione della produzione industriale. Senza i combustibili fossili i campi di agricoltura diminuiranno del 30%. [7, 8, 9] Se pensiamo alla diminuzione globale delle risorse di cibo, ormai la carestia è cominciata. [3, 4] Lo stesso processo di diminuzione influirà su ogni cosa: l’estrazione mineraria, l’elettricità, le fabbriche, i trasporti, le comunicazioni. [2, 6]

Avremmo già dovuto cominciare a prepararci per un tale scenario. Comunque, adesso pur essendo tardi dobbiamo almeno accettare i fatti e rendere le cose più facili per i pochi che diventeranno il futuro dell’umanità. Almeno su piccola scala un programma del genere funzionerà.


Note:

1. Catton, William R., Jr. Overshoot: The Ecological Basis of Revolutionary Change. Champaign, Illinois: University of Illinois Press, 1982.

2. Duncan, Richard C. The Olduvai Theory: Energy, Population, and Industrial Civilization. The Social Contract, Winter 2005-2006. http://www.thesocialcontract.com/pdf/sixteen-two/xvi-2-93.pdf

3. Earth Policy Institute. Earth Policy Indicators. 15 June 2006. Grain Harvest: http://www.earth-policy.org/index.php?/indicators/C54/

4. -----. Earth Policy Indicators. 22 June 2005. Fish Harvest. http://www.earth-policy.org/index.php?/indicators/C55/

5. Foucher, Sam. Analysis of Decline Rates. The Oil Drum. 25 February 2009. http://iseof.org/pdf/theoildrum_4820.pdf

6. Gever, John, et al. Beyond Oil: The Threat to Food and Fuel in the Coming Decades. 3rd ed. Boulder, Colorado: University Press of Colorado, 1991.

7. Höök, Mikael, Robert Hirsch, and Kjell Aleklett. Giant Oil Field Decline Rates and Their Influence on World Oil Production. Energy Policy. June 2009. http://www.tsl.uu.se/uhdsg/Publications/GOF_decline_Article.pdf

8. Pimentel, David. Energy Flows in Agricultural and Natural Ecosystems. CIHEAM (International Centre for Advanced Mediterranean Agronomic Studies). 1984. ressources.ciheam.org/om/pdf/s07/c10841.pdf

9. -----, and Carl W. Hall, eds. Food and Energy Resources. Orlando, Florida: Academic Press, 1984.

10. -----, and Marcia H. Pimentel. Food, Energy, and Society. 3rd ed. Boca Raton, Florida: CRC Press, 2007.



Fonte: srs di Peter Goodchild - 24/01/2011

Fonte: countercurrents
Fonte: Ariannaeditrice
 Fonte: Come Don Chisciotte
Link:http://www.comedonchisciotte.org/site/index.php
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DAFY



giovedì 27 gennaio 2011

EUGENEO BENETAZZO: I HAVE A DRINN

Da qualche mese ormai ho un drinn che continua a risuonarmi nella testa, un drinn che non mi ricorda un campanello per richiamare l’attenzione, quanto piuttosto un vero e proprio allarme di fuga.
Fuga dall’Italia. Almeno imprenditorialmente parlando.
Chi fa parte dell’Amministrazione Pubblica o chi si trova in pensione con una rendita più che dignitosa mantiene ancora la convenienza di starsene nel “Non più Bel Paese” a farsene il turista in casa propria. Chi invece è ancora giovane, o meglio ancora studente, è il caso che cominci a proiettarsi mentalmente di andare a lavorare e vivere al di fuori della penisola italiana.

Vorrei essere un po’  più  accondiscendente, ma gli ennesimi episodi di gossip italiano a sfondo sessuale fanno comprendere che non solo non c’è speranza per il Paese, ma non c’è speranza alcuna per la popolazione, inebetita ormai a tal punto da essere completamente amorfa agli eventi quotidiani che la circondano.
Per chi è giovane non vi sono prospettive lavorative alcune, al di là di quelle di cui parlerò alla fine di questo intervento: entro cinque anni infatti perderemo circa il 40 per cento del nostro potenziale manifatturiero, quindi altri milioni di posti di lavoro che dovranno essere trasformati in mansioni e compiti a singhiozzo, mal retribuiti e poco tutelati. Con i quali non si potrà alimentare il circuito dei consumi interni e tanto meno si potrà pianificare il proprio percorso di vita.

Quello che risulta più triste per chi ha la mia età è rendersi conto di come la generazione dei baby boomers (chi è nato tra il 1946 ed il 1963) sia riuscita ad avere tutto e vivere meglio di qualsiasi altra generazione precedente o successiva, andando ad ipotecare il futuro dei loro stessi figli.
Come ho già avuto modo di raccontare durante lo show finanziario “Era il mio Paese” tutto questo fa parte di un processo inarrestabile che sta portando lentamente il nostro Paese prima a un declino industriale e successivamente al default economico. Non abbiamo ancora fatto la fine della Grecia grazie a tre elementi strutturali che ci danno ancora credibilità nei confronti delle comunità finanziarie internazionali.

Per primo abbiamo la terza riserva aurea al mondo (dopo Usa e Germania), circa 2500 tonnellate di oro e con il metallo giallo che sembra essere proiettato alla fatidica soglia dei 2000 dollari l’oncia, sarebbe una credenziale molto convincente a dare sostegno a manovre di emergenza e salvataggio (pensate  che Cina, India e Svizzera messe assieme detengono meno oro di noi italiani).
In secondo luogo il “Non più bel Paese” detiene il più grande monte risparmio del mondo, vale a dire la ricchezza finanziaria in mano ai residenti italiani suddivisa tra depositi a vista, a termine, obbligazioni, azioni e altri strumenti finanziari. Come terzo punto di forza abbiamo il peso ed il volume consistente dell’economia sommersa, il polmone che tiene ancora in piedi le piccole imprese, senza il quale cesserebbero di esistere.

Se proprio dovessi dare un consiglio a livello imprenditoriale al fine di aiutare chi si sta per diplomare o chi deve scegliere la propria mission universitaria mi sento di sbilanciarmi su queste tre aree di investimento fornendo maggiori prospettive occupazionali: realizzazione e gestione di residence per anziani autosufficienti, produzione e gestione di fonti di energia rinnovabile (come imprenditore ci ho investito pure io) ed infine rilancio e promozione dei prodotti italiani tipici del mondo enograstronomico al di fuori dei confini europei. Inoltre qualora venissero effettivamente realizzate le centrali termonucleari in Italia (per le quali non nutro grande entusiasmo), si potrebbe considerare anche una quarta area di interesse che potrebbe generare tra diretto ed indotto oltre 500mila posti di lavoro.

Tutto il mondo occidentale sta vivendo una triste e inesorabile trasformazione causata dallo spostamento geoeconomico e geopolitico del baricentro del cuore del libero mercato: da New York/Londra, stiamo andando verso Ankara/Shanghai con inevitabili conseguenze per paesi come soprattutto il nostro in cui oltre 1/5 del PIL veniva prodotto dal settore manifatturiero. Il futuro occupazionale, la prosperità economica ed il centro del mondo saranno purtroppo in Asia, mentre l'Europa ed in misura maggiore l'Italia sono destinati a diventare prestigiosi cimiteri di elefanti.


Fonte: srs di Eugeneo Benatazzo  del 25 gen 2011

mercoledì 26 gennaio 2011

Gli USA: Palladio padre della architettura americana

Monticello, a Charlottesville, in Virginia

«We recognize his tremendous influence on architecture in the United States».
Il Congresso degli Stati Uniti d'America ha ufficialmente adottato una Risoluzione che riconosce in Andrea Palladio il «padre» dell'architettura americana. E successo il 6 dicembre scorso, con voto unanime dei due rami del Congresso Usa e la sottoscrizione della Concurrent Resolution 259. Insomma, dopo le parole, arrivano i fatti.

Dopo l'ammirazione, l'imitazione e la riproduzione, viene messo nero su bianco, dalle più alte cariche d'Oltreoceano, che l'architetto veneto ha ispirato negli States una vera e propria filosofia progettuale e sociale. Quel «palladianesimo» colorato a proprio piacere in tutto il mondo e cucito addosso ad esigenze altrui ora sancisce il copyright al geniale ex scalpellino padovano, con gli Usa che ringraziano «per l’arricchimento che la sua vita è la sua carriera hanno conferito all'ambiente costruito della Nazione americana» e ne «riconoscono il 500esimo anniversario dalla nascita».

Un amore coltivato da sempre quello dall'altra parte dell'Atlantico da dove si guardava a Venezia, alla Repubblica Serenissima e al corollario di ville con l'ammirazione con cui si scruta qualcosa di rivoluzionario, di pregio ma anche di profondamente laico, con omaggi di altissima architettura smarcatasi ufficialmente dall' obbligo dell'ornamento religioso.

Insomma: la Serenissima fu un modello e Palladio uno dei suoi veicoli di diffusione più riusciti, come testimonia anche l'atto congressuale firmato a Washington. «Si trattò, spesso, di un'opzione politica, - ha spiegato in più occasioni Guido Beltramini, direttore del Centro Internazionale di Studi Andrea Palladio -: gli americani scelgono il modello  della Casa Bianca perché per loro la villa è lontana dalle architetture di potere tirannico.  La villa è vissuta come idea di libertà. Un modello che si perpetua nel tempo e che riesce abilmente ad intrecciarsi ai mutamenti sociali e politici che si alternano nel tempo. Lo dimostra il boom di visitatori che hanno collezionato le diverse mostre palladiane organizzate all'estero per il cinquecentenario, come pure l'imitazione mai sopita delle forme palladiane in qualsiasi parte del mondo.

Lo sanciscono pure gli Usa che, vedendoci giusto, hanno già chiesto al Cisa di prorogare l'attuale esposizione in patria, consapevoli dell'interesse e del volano turistico che sta generando.

Palladio, l'eterno contemporaneo, dunque. L'artista che, come ricordano gli esperti Cisa, «promuoveva razionalità ed etica dell'architettura, mettendo al bando gli elementi sovrabbondanti secondo un concetto di economia come austerità che tanto piacque agli americani fin dall'inizio visto che li riavvicinava ai principi "nobili" dei padri pellegrini».

Una conquista,  quella statunitense, riuscita soprattutto se paragonata a quella inglese, prevalentemente gotica, o ai trionfi di religione esagerati al barocco romano.  «Come ogni nuovo ricco - spiega Beltramini - gli States scelgono Palladio come modello à la page e lo adottano in pieno».             '

Un' adozione che non conoscerà più lontananze: magari, nel tempo, verrà rivisitata, vista con occhi di altri, ma mai abbandonata  (le ville «palladiane», create negli stati del Sud degli Stati Uniti nel '700 ripercorrono il modello veneto con la casa del padrone immersa nei poderi e gli alloggi  per gli schiavi occupano lo spazio che in Palladio era destinato alle barchesse).
Tuttora è simbolo di un linguaggio razionale e limpido per gli edifici di stato.

 «Un riconoscimento che ci riempie di orgoglio - spiega la presidente Cisa Amalia Sartori -. Non credo siano molti i precedenti di un simile riconoscimento all'arte italiana da parte del Congresso degli Stati Uniti».

Nelle premesse al documento, si definiscono i «Quattro Libri dell'Architettura come la più importante pubblicazione di architettura d'ogni tempo», si citano gli edifici-simbolo del palladianesimo americano (dalla villa di Monticello di Thomas Jefferson alla Casa Bianca) e si sottolinea l'impegno del Cisa, del Comitato nazionale italiano per le celebrazioni dei 500 anni di Palladio e l'Istituto Italiano di Cultura negli Usa.

Fonte: srs di Silvia Maria Dubois da il Corriere della Sera  edizione Verona  di martedì 14 dicembre 2010

martedì 25 gennaio 2011

I Shardana, le navi Shardana e i porti Nuragici.

 
Nave shardana

Giangiacomo Pisu, comandante di marina e grande esperto di mare, prendendo spunto da quanto pubblicato da Leonardo Melis, nel suo primo libro del 2004 analizza le navicelle riprodotte nei bronzetti, definite da alcuni lampade votive ma che a un'analisi più attenta si dimostrano riproduzioni di vere e proprie navi. Nel secondo libro, uscito nel 2005, si sofferma invece sui porti sia del periodo Nuragico che di quello Shardana. In questa pagina sintetizziamo i concetti presenti nei due volumi che più ci sembrano significativi. Il terzo volume nasce come atto d'amore verso una Terra che continua ad essere violentata culturalmente, e verso un popolo che chiede a gran voce la restituzione della propria storia.

Le popolazioni Nuragica e Shardana

L'arrivo dei Shardana si va a sovrapporre alla popolazione che aveva abitato l'isola precedentemente, creando presto una commistione tra due diverse popolazioni.
Giangiacomo Pisu riporta i risultati di uno studio di Giuseppe Vona, docente di Antropologia e Biologia delle Popolazioni Umane presso l'Università di Cagliari. In esso si afferma che l'archeologia e l'antropologia molecolare dispongono già di indicazioni precise sulle origini dei sardi; e molte sono basate sul DNA. Lo studio del DNA mitocondriale, ereditato per via materna, dei sardi e dei Corsi porta a ritenere che l'espansione demografica in Sardegna sia avvenuta tra i 78.000 ed i 27.000 anni fa, da qui poi la popolazione sarebbe passata in Corsica quando le due isole erano ancora unite tra i 42.000 ed i 14.550 anni fa.

E le analisi di Simona Sanna sul DNA mitocondriale antico di età nuragica, effettuate sui loro resti fossili, individuano caratteristiche comuni e quindi una forte omogeneità in tutta l'isola, senza però alcuna analogia con quella dei sardi attuali. Il cromosoma Y, che viene ereditato per via paterna e permette di seguire le migrazioni maschili, ci dice che i sardi attuali lo condividono con le altre popolazioni mediterranee, e si ritiene lo abbiano ereditato da migrazioni dal vicino Oriente. Tracce però di una popolazione precedente si conservano comunque, dato che solo i sardi hanno nei rami principali del DNA gli aplogruppi M26 e HG2.2, assenti in tutte le altre popolazioni europee e del bacino del Mediterraneo. La conclusione è che tra la popolazione antica e quella moderna si erge una barriera genetica simile a quella che separa i sardi di oggi da tutte le altre popolazioni mediterranee ed europee.

Crani di Genna

In una delle numerose grotte dell'altipiano del Golgo utilizzate come sepolture, la grotta di Genna e Ludalbu, sono stati rinvenuti gli scheletri di due inumati di media statura, uno brachimorfo (cranio corto e largo) e l'altro dolicomorfo (cranio stretto e allungato), quest'ultimo databile 2.000-1500 a.C. in pieno periodo Shardana. Si tratta dei tratti somatici di due popolazioni diverse, la prima di tipo negroide e la seconda con le caratteristiche tipiche delle popolazioni indo-europee e semitiche.

Le navi Shardana




Pisu analizza nei dettagli il bronzetto che riproduce una navicella rinvenuta nel santuario di Hera Lacinia, dea greca protettrice delle donne, dei pascoli e della fertilità, in Calabria vicino a capo Colonna, non lontano da Crotone, analizzata anche da Giovanni Lilliu. Sulla navicella sono presenti carri trainati da buoi vicini alle murate di dritta (destra) e sinistra. Dalle misure dei carri è possibile risalire alle dimensioni della nave, che appare lunga 40 metri, con un pescaggio di 4,8 metri ed un bordo libero alto 1,80 metri. Il baricentro della nave cade esattamente al centro, ma tutte le strutture sono presenti verso poppa, ottenendo un appoppamento della nave e quindi un buon assetto di navigazione. All'estrema poppa è presente una stivetta coperta per imbarcare viveri, protetti dal mare e dalle intemperie.

La propulsione non era a remi ma era probabilmente a vela, come dimostra la presenza dell'albero e come attestano le riproduzioni di navi Shardana realizzate dagli egizi. Sulla sommità dell'albero è presente un anello. Escludendo che l'anello fosse una sorta di bussola, come pensa l'archeologo Mario Pincherle, perché, anche ammesso che conoscessero la bussola, cosa tutta da dimostrare, non avrebbe senso porla in cima all'albero invece che in una posizione più comoda. Si può pensare invece che all'interno dell'anello passasse un albero più fine, un pennone, al quale veniva applicata una vela triangolare.

Secondo uno studio dell'archeologo olandese Hans ten Raa, la presenza di un unico albero grosso e corto appoggiato sulla chiglia e fissato alla stiva con accessori in bronzo, l'anello con inserito il pennone e la vela sarda erano concepiti per poter tornare agevolmente controvento. Vi ritroviamo le caratteristiche ancora oggi presenti su molte imbarcazioni arabe, mediterranee ed africane a vela latina. Sopra l'albero è sempre presente la riproduzione di una colombella o un altro uccello, probabilmente un indicatore di direzione del vento come molti se ne vedono, di latta, in campagna sui tetti delle fattorie, e come sono spesso presenti ancor oggi sulle barche a vela latina.

Sull'albero è presente un misterioso anello rotante sormontato da due corna o una mezzaluna, sul quale sono state fatte due ipotesi. Poteva servire all'inserimento di un albero trasversale che sosteneva una vela che cadeva con due triangoli ai lati dello scafo, che la rotazione dell'anello avrebbe spostato consentendo alla vela una manovra spedita senza uso di remi né timone. Una seconda interpretazione più azzardata ma affascinante, elaborata dall'archeologo Mario Pincherle in base a incisioni su una stele cartaginese, vede nella mezzaluna un magnete e quindi nell'intera struttura addirittura una bussola con un sestante...

La forma delle navi e le ancore



Analizzando la forma di questa e di altre navi riprodotte nei bronzetti, si deduce che lo scafo molto largo e la forma erano adatti ad annullare quasi del tutto la resistenza ai vortici. Per ridurre il rollio bastava ridurre la superficie velica, mentre il beccheggio veniva ridotto dalla struttura della nave con il maggior carico nella zona poppiera e la prora alta, che ovviavano all'imbarco di acqua nelle zone prodiere.

Sui bronzetti è riportato, a metà dello scafo, un bordo da alcuni interpretato come la linea di galleggiamento, mentre per altri potrebbe essere una sorta di aletta antirollio. Ci sono poi due sporgenze in basso, che per alcuni rappresentano barre stabilizzatrici, ma sono posizionate troppo in basso, ed inoltre sono improbabili in navi realizzate interamente in legno, nelle quali l'incastro di alette tra le tavole della murata avrebbe infragilito lo scafo. Probabilmente si tratta solo di peduncoli per l'appoggio della navicella su un piano.

In Sardegna si sono sempre prodotte granaglie. Il trasporto di questo carico è difficoltoso essendo il materiale molto scorrevole. l'unico modo per evitare lo spostamento del carico durante la navigazione poteva essere sistemare nella stiva una divisione longitudinale detta cascio, e disporre sopra il carico tavole o robusti teli sui quali disporre dei fermacarichi: sacchi di granaglie, o panetti di rame che probabilmente venivano disposti tipo puzzle, data la curiosa forma di quelli che sono stati rinvenuti.


Ancore

Diversi ritrovamenti, alcuni effettuati dallo stesso Pisu, portano a risalire al tipo di ancore utilizzate su queste navi. Le più antiche sono blocchi di granito con solo un foro, utilizzate in piccole imbarcazioni dato la scarsa presa sul fondo. Le più recenti hanno un foro in alto per il collegamento della cima all'ancora, e due fori in basso nei quali venivano probabilmente inserire delle marre (in legno, dato che non ne sono state ritrovate, o forse in bronzo) per garantire la miglior presa dell'ancora sul fondo.

L'organizzazione portuale Nuragica e Shardana

Gli ultimi studi storici ed archeologici ci danno la certezza che buona parte di porti Fenici e Cartaginesi, tutti situati in prossimità delle zone minerarie, agricole e di controllo militare del mare circostante, sono stati edificati su pre-esistenti porti Shardana, o forse addirittura su porti Nuragici.

Alcuni approdi e porti forse, in base all'allineamento di nuraghi di segnalazione, si può ritenere fossero utilizzati addirittura in epoca nuragica. Può risultare interessante, a questo proposito, quanto scrive Danilo Scintu in «Torri del Cielo», dove sostiene che uno dei significati etimologici del termine nuraghe possa essere desunto da Nur-Hag, ossia Torre di Fuoco, intesa come Torre della Luce, forse come Faro. I nuraghi edificati lungo la costa potevano forse avere una funzione di guida per le imbarcazioni del periodo nuragico.

I principali punti di approdo e porti della costa sarda

Nello stagno di Santa Gilla vicino a Cagliari sono state rinvenute centinaia di anfore ricolme di cibo pronte per essere stivate, maschere di terracotta ed altri manufatti. È probabile che un porto Shardana fosse presente nello stagno e sembra stia iniziando una poderosa campagna di archeologia sottomarina.

Le rovine ci fanno vedere il porto di Nora utilizzato da Fenici, Cartaginesi e dai Romani. Raimondo Carta Raspi ha dimostrato come il grande cataclisma del 1200 a.C. ed il conseguente maremoto abbia provocato un innalzamento del livello del mare di circa 2,5 metri. è stata sommersa gran parte di un porto edificato prima dell'avvento dei Fenici, probabilmente un porto Shardana, del quale si vedono ancora oggi i resti sul fondale.

A Chia i pochi resti dell'antica città di Bithia sono mura, abitazioni ed il cosiddetto tempio di Bes al quale erano dedicate le isole di Sardegna e Baleari (statue di Bes, dio della gioia e della fertilità, sono state trovate a Bithia, Karalis, due a Maracalagonis, due a Fordongianus).

Verso capo Teulada, lo sperone di roccia a strapiombo chiamato capo Malfatano è posizionato di fronte a Cartagine che distava solo 100 miglia marine verso sud. A un paio di metri di profondità c'è una colossale muraglia di grosse pietre squadrate lunga 90 metri, e sulla sponda opposta un altro muraglione di 110 metri. Tra loro, un varco di 240 metri consente l'accesso alla spiaggia. È la più grande struttura portuale antica finora trovata nel Mediterraneo. Le carte di Tolomeo indicano in questa posizione Portus Erculi, forse il porto di Melqart, l'Ercole dei Cartaginesi. La rada è circondata da numerosi nuraghi, il che lascia supporre che fosse conosciuto già in età nuragica.

Nei pressi di Gonnesa, nel villaggio di Seruci, sono stati rinvenuti pani di metallo stivati nel mastio del nuraghe e tracce di forni fusori. Una nave micenea affondata tra Carloforte e Portoscuso trasportava pani di rame provenienti probabilmente da Seruci, ed una campagna archeologica sottomarina nel 1972 ha portato alla luce elmi, armi, anfore, lingotti in rame e piombo. Seruci era probabilmente un insediamento marittimo fino dal XVIII secolo a.C.

La città di Neapolis si ritiene sia stata fondata dai Cartaginesi nella seconda metà del VI secolo a.C. e di essa non restano tracce. Ma Pisu osserva che capo Frasca era chiamato anche capo Neapolis, vicino passa il Flumini Mannu chiamato anticamente Rivus Sacer e lungo il corso si trova la chiesa di Santa Maria di Nabui. Secondo Carta Raspi, Neapolis, che lì sorgeva a circa sette chilometri a sud-ovest di Torralba, doveva il nome alla Romanizzazione della precedente denominazione, Nabui appunto. In Babilonia Nabu era il dio degli scribi e delle arti, nelle località dove hanno vissuto i Shardana il nome Nabu indicava genericamente la divinità. Neapolis quindi sarebbe stata una città marittima già al tempo dei Shardana, il cui bacino portuale si trovava presumibilmente dove oggi è lo stagno di Santa Maria.


Nelle immagini aeree il territorio di Tharros con strutture sommerse 

Il porto di Tharros è in uno dei migliori punti strategici di tutta l'isola ed offre ottima protezione da tutti i venti. Da qui partivano i carichi di ossidiana già dal tempo nuragico, su imbarcazioni probabilmente simili ai fassonis realizzati con fieno palustre e giunchi dai pescatori degli stagni di Cabras e Santa Giusta. Rilevazioni aeree hanno permesso di individuare il porto sommerso dell'antica Tharros, sotto il tophet Fenicio, e quindi realizzato prima dell'arrivo dei Fenici

Secondo Carta Raspi, lungo la costa tra capo Caccia e l'Argentiera si trovava la città portuale di Nure. Pisu vi ha trovato un'ancora in pietra di circa 1 metro, ed ha studiato i resti del nuraghe del Vino e di un secondo nuraghe non censito, poi battezzato di Acqua Chiara, che risultano allineati rispetto ad una secca profonda 50 cm, che in età nuragica doveva essere alta due metri rispetto al mare, formando un frangiflutti naturale.
Cala del Vino poteva essere un rifugio per le navi che incappavano in una tempesta, ed i fuochi accesi sui nuraghi ne segnalavano la posizione, a conferma dell'esistenza di nuraghi marittimi e della presenza di porti già in età nuragica. Vi potevano attraccare le barche dei pescatori, e lì vicino c'è la torre di Bantine Sale il cui nome indica la spianata del sale, infatti sotto la scogliera c'è una spianata che poteva un tempo essere una grande salina, ed il sale era già allora utile per la conservazione del pescato. cala del Vino si trova in una posizione strategica anche per motivi difensivi, consentendo di bloccare eventuali invasori nella zona di capo Caccia, partendo da porto Conte e la cala del Vino.

L'Asinara deriva il nome da Sin-Ara, tempio del Dio Sin. Numerose testimonianze attestano la frequentazione della zona fino dal periodo nuragico, e i Shardana frequentavano la costa orlata di stagni e saline. Nel tratto di mare tra Stintino e cala Reale, sull'Asinara, è stata trovata un'ancora in pietra. Alcuni pescatori hanno segnalato la presenza di un muro sommerso davanti a punta Trabuccato, sull'Asinara, ed altri di una presunta strada sommersa tra la chiesa di Balai Lontano e punta Tramontana, verso Castelsardo. Sarebbe interessante individuare e datare questi resti.

Anche lo studio di cala Ostina, poco a est di Castelsardo, porta ad individuare due nuraghi di segnalazione: il nuraghe Campulandro ad est ed il nuraghe cala Ostina lungo la linea di mezzeria della cala. Un'ancora in pietra è stata trovata anche nel fondale vicino a Santa Teresa di Gallura. Numerosi punti di approdo si trovano nella costa e nelle isole dell'arcipelago de La Maddalena.
Presso Porto Rotondo è stata portata alla luce un'ancora in pietra a soli 2 metri di profondità, decorata con nove righe parallele di punti che richiama le decorazioni sulle ceramiche dell'Eneolitico evoluto, prima dell'arrivo dei Shardana.

Nel golfo di Orosei ancora oggi molti anziani chiamano cala Sisine con il nome di Portu Sisine, dato che dove oggi è la cala si trovava un fiordo che era lo sbocco naturale dell'altipiano del Golgo. Qui si trovano numerosi siti archeologici ancora non censiti, tra i quali tre grandi villaggi preistorici. Nel margine occidentale dell'altipiano nel 1984 l'archeologo Elio Aste ha individuato in località Doladòrgiu i resti di una fortezza dell'età nuragica, a circa 500 metri dal nuraghe Alvu, in posizione strategica per il controllo del possibile accesso all'altipiano dalla codula di Sisine.

Le rotte seguite dalle navi Shardana

Giangiacomo Pisu nei suoi volumi analizza, poi, le rotte seguite dalle navi Shardana. Qui riportiamo solo l'andamento delle correnti nel mese di luglio, quando lungo la costa occidentale della Sardegna, partendo da capo Caccia, costeggiano verso sud passando per Tharros, Solki e Nora, mentre lungo la costa orientale scendono dalla Corsica verso il golfo di Olbia, a quello di Orosei, per congiungersi al largo di capo Carbonara con quelle provenienti da occidente. Da qui la corrente prosegue fino alle coste della Sicilia, nel Trapanese, dove sono stati trovati bronzetti e ceramica sarda.
Costeggiando la Sicilia fino a Malta, questa corrente si unisce ai rami provenienti dalla Calabria e dal golfo di Taranto e si dirige in direzione del nord Africa, verso Alessandria d'Egitto e Porto Said. Non è un caso che riproduzioni di navi Shardana sono state ritrovate in Egitto nei bassorilievi di Medinet Abu.
Dall'Egitto le correnti risalgono, costeggiando Israele, Libano e Siria, fino a Cipro, dove è stato trovato bronzo sardo. Proseguono lungo le coste turche, dove è stato rinvenuto il relitto di Uluburun, passano nelle isole greche ed arrivano a capo Maleas (capo Matapan); da qui un ramo risale verso Corfù per arrivare al golfo di Taranto, mentre un altro ramo porta verso lo stretto di Messina e risale verso le coste tosco-laziali per unirsi alla corrente proveniente da nord dalla Corsica.

Per quanto riguarda le direzioni del vento, in inverno i venti da nord-ovest sono troppo forti per consentire la navigazione di piccole imbarcazioni. In primavera abbiamo venti da poppa andando dalla Sardegna verso sud-est, mentre durante i mesi estivi lo scirocco da sud-est consente il rientro dalle coste libiche ed egiziane verso la Sardegna. È probabile che le navi da carico Shardana partissero verso aprile e rientrassero dopo cinque o sei mesi per svernare nell'isola e preparare un nuovo carico per l'anno successivo.

La navigazione avveniva sotto costa, in piccolo cabotaggio. Di giorno a vista, di notte l'orientamento fa riferimento alla stella polare, la più luminosa dell'orsa minore, individuabile prolungando cinque volte la distanza tra le due prime stelle dell'orsa maggiore, che nell'arco dell'anno ruota attorno all'orsa minore ma conserva sempre il puntamento delle prime due stelle verso la stella polare.
Sappiamo che al tempo dei nuraghi già si conosceva l'orsa maggiore. Leonardo Melis riporta la scoperta di Bruno Pia, che ha rilevato come la posizione di sette nuraghi nella campagna di Mogoro riproduca esattamente quella delle stelle dell'orsa maggiore, e prolungando cinque volte la distanza tra i due primi nuraghi del carro si arrivi proprio nell'abitato di Mogoro.
Ma Pisu si domanda come mai Mogoro non si trovi, rispetto a questi nuraghi, nella posizione della stella polare, che oggi indica il nord. Risponde a questo interrogativo con il fenomeno della processione della terra, ossia la lenta rotazione dell'asse terrestre nel tempo, e dimostra che intorno al 2000 a.C. la stella che indicava il nord non era la stella polare, bensì la stella Thurban, detta anche Dragonis, della costellazione del drago.

Il ritrovamento di anfore trasformate in fanali per l'illuminazione di bordo e per segnalazioni notturne a distanza, lasciano presumere che esistessero anche rotte lontane dal piccolo cabotaggio, dirette a mare aperto. Il ritrovamento di spade sarde in un relitto naufragato al largo delle coste spagnole ha evidenziato la possibilità che esistesse una rotta commerciale tra l'atlantico ed il Mediterraneo 3000 anni fa.

La navigazione verso l'Africa sub-sahariana

Nei dintorni di Baunei sono stati trovati bronzetti che provano come i navigatori Shardana avessero raggiunto nei loro viaggi le coste dell'Africa centrale. Una navicella ha una perfetta riproduzione nella protome della testa di un'antilope; su un'altra navicella è presente una scimmia antropoide, probabilmente un gorilla. Non si potevano riprodurre con tanta precisione, se non si erano prima viste di persona, specie animali presenti solo nell'africa sub-sahariana. Un altro bronzetto, per di più, rappresenta una persona con i tipici tratti somatici di un negro. E solo i Shardana li hanno riprodotti, perché solo loro li hanno visti, non lo hanno fatto nè Sumeri, nè Assiri o Babilonesi, nè Egei o Fenici o Cartaginesi, dato che nessuno di loro si è mai spinto in territori così lontani dal bacino del Mediterraneo.

L'incredibile storia del relitto di Uluburun


Relitto di Uluburun 

Lungo la costa sud-orientale della Turchia sono stati rinvenuti due relitti, il prino presso capo Gelidonya (fine XIII secolo a.C.) ed il secondo a Uluburun (fine XIV secolo a. C.), entrambi probabilmente riconducibili ai navigatori Shardana.

Herb Dexter, capo della spedizione archeologica dell'università di Filadelfia per il recupero del relitto affondato presso capo Gelidonya in Turchia con un carico di oggetti in bronzo databili 1800 a.C., ha confermato che i Shardana erano abitanti della Sardegna ed erano uno dei popoli presso i quali gli Egizi reclutavano i mercenari.

Nel 1982, nel sito nominato Uluburun 8,5 chilometri a sud-est di Kas sulle coste turche, un pescatore di spugne scopre a 45 metri di profondità il relitto di una nave inizialmente ritenuto degli inizi dell'età del bronzo. Il relitto viene studiato dal 1984 dalla Texas AM University che la definisce una nave reale e la data XIV sec. a.C. ossia del periodo del faraone Amenofi IV.
Leonardo Melis e il Giangiacomo Pisu, che dagli studi sul relitto lo hanno identificato come nave dei Popoli del Mare, avanzano l'affascinante ipotesi che possa trattarsi della nave con la quale i Shardana si erano recati in Egitto per invitare Amenofi IV a ritornare al culto dell'unica Dea Madre. Il faraone, che cambia il suo nome in Akhenaten, e sua moglie Nefertiti aderirono alla richiesta dando origine al primo culto monoteista della storia, sostituendo però l'unica Dea con l'unico Dio Aton.


Lingotti di rame

Nella nave, che potrebbe essere affondata nel viaggio di ritorno, sono stati rinvenuti:
 10 tonnellate di lingotti di rame di tipo ox-hide (con la forma di una pelle di bue) del tipo di quelli che sono stati rinvenuti in diverse località sarde;
1 tonnellata di stagno puro in lingotti di origine sconosciuta;
150 lingotti di vetro antico ancora intatto (la prima prova del trasporto di vetro via mare);
1 tonnellata di resina di Terabit usata per gli incensieri;
1 raro libro in ebano portato dall'africa tropicale, del tipo menzionato anche nell'Iliade;
zanne di elefante e denti di ippopotamo;
numerose statuine votive del dio Bes;
una lametta da barba ed un gran numero di spade,
lance, pugnali, archi, frecce del tutto simili a quelle conservate nei musei di Cagliari e Sassari e ritrovate nel Baltico;
trombette in avorio, cimbali in bronzo, liuti fatti con gusci di tartaruga appartenenti a danzatrici reali presenti a bordo della nave;
perline d'ambra del Baltico;
un'ancora in pietra del tipo di quelle ritrovate in Sardegna;
ceramica del tipo miceneo;
uova di struzzo (l'uovo di struzzo veniva usato in Sardegna a Karalis, Bithia e Tharros nelle cerimonie in onore dei defunti);
sigilli Siriani, Assiri, Cassiti e Sumeri.

 Sigillo in oro di Nefertiti

Il reperto più importante è, comunque, un sigillo in oro di Nefertiti, l'unico sigillo in oro della regina arrivato fino a noi. Pensiamo che questo sigillo non potesse essere consegnato dalla regina a chiunque. Era forse un suo dono agli ambasciatori Shardana...

I dati provenienti dai relitti di capo Gelidonya e di Uluburun - il primo che sembra svolgesse commercio a lungo raggio di un livello piuttosto alto, mentre il secondo, di un secolo più tardo, doveva essere nave più piccola impiegata in scambi di piccolo cabotaggio - ci aiutano a delineare l'evoluzione degli scambi commerciali ed economici nel Mediterraneo.


Fonte: srs di Giangiacomo Pisu da  La mia Sardegna



lunedì 24 gennaio 2011

I nuovi emigranti - La balla sull'immigrazione condivisa da destra e da sinistra



Correva l'anno 2006. L'esaltazione dell'immigrazione "necessaria", "per far crescere il Paese", "voluta dagli industriali" era una balla bipartisan, condivisa da destra e da sinistra.
Da destra per calmierare il mercato del lavoro, da sinistra per motivi elettorali. Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà Sociale, disse "Nel continente africano ci sarebbero trenta milioni di giovani, di età compresa tra i 18 e i 25 anni, pronti a lasciare casa e affetti” e aggiunse “sono loro che vengono a fare lavori che spesso gli italiani non vogliono più fare... oggi dobbiamo capire di essere diventati un Paese di immigrazione".

Ferrero non aveva capito un cazzo, Prodi andò a casa e Rifondazione Comunista fu cancellata dal Parlamento.

Gli immigrati "venuti a fare i lavori che gli italiani non vogliono più fare" sono stati impiegati soprattutto nell'edilizia. L'Italia è stata cementificata con nuovi edifici pubblici, viadotti, quarte corsie, capannoni, aree residenziali senza residenti. Chi ha costruito, in particolare al Nord, ha incassato cifre mai viste.
I nuovi arrivati sono stati trattati come schiavi moderni, sottopagati, spesso sacrificati al Dio Denaro con offerte umane chiamate "Morti bianche", senza garanzie sociali, cittadini "invisibili". Sono passati cinque anni. Il lavoro è una chimera.

La disoccupazione ha tassi reali del 14% se si considerano gli "scoraggiati", quelli che il lavoro non lo cercano nemmeno più.  Un disoccupato su quattro è straniero.
Dal 2008 il numero degli stranieri senza un'occupazione è aumentato di 95.000 persone, l'80% dei quali al Nord.
Siamo diventati di nuovo un popolo di emigranti. Se nella UE i primi a espatriare sono i romeni con 1,9 milioni (quasi un milione in Italia), al secondo posto ci sono gli italiani con 1,2 milioni di persone, quasi tutti giovani, ragazzi laureati o diplomati.
Il numero complessivo degli stranieri senza lavoro è di 235.000. La disoccupazione straniera raddoppierà in breve tempo. E' una facile scommessa. Il perché è semplice.
Il settore immobiliare, l'unico cresciuto in Italia nell'ultimo decennio, è in agonia.
Entro il 2011 avrà perso 290.000 addetti dal 2008. Gli altri settori sono in crisi strutturale da tempo, non possono creare occupazione.

La crescita del PIL italiano dal 2000 ad oggi è la peggiore del mondo esclusa Haiti. Finita la cementificazione selvaggia non rimane quasi nulla per la manodopera straniera.
Che fine faranno? I disoccupati italiani hanno dei punti di riferimento, una famiglia, degli amici, ma questi? Intanto il decreto flussi prevede l'ingresso di altre 150.000 unità dall'estero. Per consentirne l'ingresso è necessario che 150.000 italiani, possibilmente giovani e laureati, gli facciano spazio.


Fonte: Il blog di Beppe Grillo del 21/01/2011


domenica 23 gennaio 2011

IL DISCO DI CHIAVARI


 Disco di Chiavari

Erano gli anni anno ’80 e, come sempre, appena avevo qualche giorno libero, accompagnavo mia moglie a trovare  sua padre a Chiavari. Il suocero era innamorato di quella cittadina: il paese era accogliente, la natura stupenda  e il mare bellissimo, ed io approfittavo di quei giorni  per ritemprare il corpo e lo spirito e… cadere nei piaceri della tavola. Sì, perché i negozi di gastronomia  lungo i portici erano, e sono  ancora, una vera tentazione.
Quel fine settimana  l’avevo impegnato a visitare  il mercatino dell’antiquariato che avevano aperto a Chiavari proprio in quegli anni. 
Benché non sia un grande appassionato di antiquariato, osservavo con attenzione sia i libri antichi che  gli utensili del passato, quando  lo sguardo mi cadde su alcuni oggetti, molto belli che, più di antiquariato, mi parevano di archeologia.  

Oggetti archeologici in vendita sulla bancarella

Il venditore mi disse che provenivano dal Bacino del Mediterraneo, nord Africa  e Medio Oriente, ed erano tutti regolarmente importati.  

Bottiglia in vetro periodo romano di provenienza Nord Africa 

Scattai un paio di foto di sfuggita e mi misi a parlare di altro;  alla fine la chiacchierata  ricapitombolò ancora sull’archeologia.  Il venditore, con un velato autocompiacimento, mi disse: “Guarda, ti faccio vedere un reperto bellissimo:  nel mondo cene sono circa una mezza dozzina”. Da un scatolo estrasse con cura, un oggetto incartato, lo aprì. Era un disco di argilla rossastra, di un diametro di un “palmo di mano”,  ricoperto da una vernice nero su cui erano disegnati a spirale concentrica dei pittogrammi. Sembrava una copia del  il disco di Festo. Non ricordo più cosa disse per la provenienza, mi sembra Siria o Turchia.

Disco Chiavari

Non chiesi nemmeno il prezzo, perché non mi è  mai interessato  acquistare o tenere  oggetti di antiquariato, figuriamoci di archeologia.  Di essi mi piace, semmai, avere come memoria solo delle fotografie. Ottenni di poter fare alcuni scatti per “valutare meglio” l’oggetto.  
Le diapositive rimasero archiviate “nell’armadio delle diapositive”, anzi, di queste, non ricordavo quasi più neppure di averle fatte. Sono rimaste lì ad  invecchiare per quasi venticinque anni  e, solo in questi mesi che sto digitalizzando il mio archivio di dia, sono ritornate alla luce.
Visto la “peculiarità” dell’oggetto, ho  pensato di inserire le foto nel blog, per vedere se vi sono persone che hanno delle informazioni su questi particolari reperti, o che siano di interesse a qualcuno per i suoi studi.

Attualmente, per me, è solo: IL DISCO DI CHIAVARI  ovvero l’alians del “Il disco di Festo”.


PS. Per quel che penso io è il lavoro di un scarso falsario...roba da souvenir