domenica 19 giugno 2011

STORIA DELLA CHIESA MEDIEVALE. (Cap. VI.A): LE CROCIATE


Un voto che appare costante per come veniva ad essere pronunciato e discusso nell’ambito dei concili medievali è la volontà concordi dei padri nell’auspicare l’invio di missioni crociate per “liberare” la Terra Santa.
Esse, mirando alla conquista cristiana della Palestina, nell’arco temporale di quasi due secoli, dopo un incredibile successo iniziale, furono di per sé episodiche e senza successo duraturo, maturarono in un  contesto più ampio e provocarono conseguenze importanti e impreviste, per cui meritano una particolare attenzione.
Tra i loro presupposti bisogna annoverare la coscienza che l’Occidente cristiano aveva di possedere una missione da svolgere, le lotte in parte difensive in parte offensive ai confini della cristianità (difesa dai maomettani in Spagna e nell’Impero Romano d’Oriente, missione degli slavi in oriente),  la forza del papato medievale e la religiosità specifica della cavalleria occidentale, che trovò in esse il fine che le si confaceva.  In qualità di “guerre sante”, esse contrastano vivamente con la missione del vangelo, tuttavia cedono sempre più il passo proprio alla diffusione non violenta della fede a partire dal secolo XIII.

L’origine dell’idea di crociata

L’idea delle crociate non nacque affatto dal progetto di liberare la Terra Santa. Le sue radici affondano in Europa, specialmente in Francia, e paradossalmente nel tentativo di stabilire la pace di Dio. Di per sé la guerra era di competenza del re, cui spettava salvaguardare la pace all’interno e all’esterno.
Con la decadenza dell’autorità imperiale nella Francia meridionale, si moltiplicarono nei secoli IX-X le faide e i depredamenti del patrimonio ecclesiastico. Di conseguenza vescovi e sinodi promossero la pace di Dio.  Per imporla si costituirono milizie della pace pronte a combattere (“guerra alla guerra”). Un forte “sacerdotium” si assunse perciò i compiti di un debole “regnum”. Questa fu una delle cause che portarono all’idea della guerra santa.
Un’altra radice risale a sant’Agostino, che disse lecita la guerra difensiva a protezione dei fedeli. Gregorio I (590-604) propaganda la guerra anche come mezzo di diffusione della fede e Carlo Magno ne fa più tardi uso. Di qui derivò poi la sacralizzazione della cavalleria: il cavaliere fu solennemente impegnato a difendere i beni dei poveri, delle vedove e della Chiesa. Malgrado le obiezioni mosse da diverse parti (per es. Fulberto di Chartres), la disponibilità a combattere per la cristianità contro i nemici esterni, specialmente contro l’islam, si diffuse sempre più, cosa cui contribuì anche l’alta considerazione di cui la lotta e la battaglia godevano di per sé tra i popoli germanici.

Contro intrusi pagani avevano già precedentemente combattuto principi della Chiesa, ad esempio contro i vichinghi, i saraceni (papa Leone IV) e i magiari (Ulrico di Augusta). Soprattutto la guerra contro gli arabi in Spagna (reconquista) fu concepita come una guerra santa; essa fu condotta con nuovo vigore a partire dal 1050 e coronata dalla conquista di Toledo nel 1085. Pure la cacciata dei saraceni dalla Sicilia fu già una specie di crociata.
Il papato riformatore appoggiò le guerre sante all’interno e all’esterno: nel 1063 in Spagna, nel 1066 la spedizione normanna contro l’Inghilterra, la pataria milanese per la riforma ecclesiale interna.
Gregorio VII meditò anche una crociata contro l’oriente, mediante la quale pensava di metter fine con la forza allo scisma greco. Il suo successore Urbano II perfezionò coerentemente l’idea della crociata, abbinando la guerra santa col pellegrinaggio a Gerusalemme. Tali pellegrinaggi avevano una tradizione antichissima e continuarono anche quando gli arabi, nel 637, conquistarono la città. Neppure la distruzione della chiesa del Santo Sepolcro, perpetrata nel 1009 da Al Hakim “il Pazzo”, ne provocò una interruzione significativa. Così al pellegrinaggio del 1064/65 parteciparono circa settemila pellegrini, guidati dall’arcivescovo Sigfrido di Magonza e con la partecipazione dei vescovi Gunther di Bamberga,  Ottone di Ratisbona e del futuro vescovo di Passau Altmann.

Ma la situazione politica in Oriente mutò radicalmente, quando nel 1071 Romano IV, imperatore romano d’oriente, subì una sconfitta tremenda a Manzikert, in Armenia, ad opera dei selgiuchidi turchi. Nel 1076 costoro conquistarono anche Gerusalemme e nel 1085 Antiochia, fino ad allora greca.
Il nuovo imperatore Alessio I Comneno (1081-1118) si rivolse quindi a Urbano II per chiedere l’appoggio dei cavalieri occidentali. La richiesta giunse a Urbano II durante il sinodo di Piacenza del 1095. Di qui il papa si recò nella Francia meridionale, dove si incontrò col vescovo Ademaro di Puy e il conte Raimondo di Tolosa e St. Gilies, con i quali dovrebbe aver concertato l’idea di una crociata.
Nel novembre del 1095 si riunì a Clermont un sinodo per la riforma. Alla sua conclusione il papa lanciò un appello per la liberazione del Santo Sepolcro dal potere degli infedeli, appello che incontrò un’adesione spontanea. Numerosi cavalieri indossarono al grido di “Deus lo volt” il manto con la croce sul petto, che in seguito doveva divenire il simbolo dei crociati.
Scopo ufficiale era dunque la liberazione del Santo Sepolcro che i selgiuchidi avrebbero oltraggiato, tuttavia l’aiuto da portare ai greci e la loro riunificazione vi giocarono sicuramente un ruolo. Un effetto collaterale consistette anche nel fatto che, in questo modo, il potenziale bellico della nobiltà occidentale veniva dirottato dalle faide interne alle guerre.
Veniva formulata in tal modo l’idea, in sé contraddittoria, di un pellegrinaggio armato. Di conseguenza si sviluppò anche un nuovo rito di benedizione: accanto al bastone e alla bisaccia, antichi simboli dei pellegrino, si benedisse ora anche la spada.

Quanto pronto fosse il terreno ad accogliere l’idea della crociata risulta dalle Gesta Dei per Francos, una relazione sulla prima crociata in cui leggiamo: «Quando giunse quel tempo, che Gesù addita quotidianamente ai suoi fedeli, specie quando leggiamo nel vangelo: “Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24), un grande movimento percorse il paese dei franchi, sicché chiunque desiderava seguire fervorosamente con cuore e animo puro Dio e portare la croce dietro di lui, non esitò a intraprendere il più presto possibile il cammino verso il Santo Sepolcro». Questa pietà era radicata nelle tendenze del tempo. Gli ordini religiosi della riforma propagandavano la “vita apostolica”, volevano vivere come “pauperes Christi”. Elementi di questa vita erano la penitenza, che si esternava soprattutto in pellegrinaggi, la cura dei malati e dei poveri e la predicazione della “via salutis” come insegnamento catechistico impartito ai laici. Vita apostolica significava quindi vicinanza a Cristo, sequela di Cristo. La crociata fu così interpretata come sequela quanto mai fedele di Cristo, della sua passione e morte, come una specie di martirio. I crociati facevano penitenza per sé ma anche per coloro che erano rimasti in patria, i quali a loro volta li sostenevano con la preghiera e con donazioni in denaro e in beni naturali. Una forma particolare assunse questa pietà negli ordini cavallereschi.

Crociate dirette a Gerusalemme


Il successo dell’appello in favore della crociata, lanciato da Urbano II  nel sinodo di Clermont, superò di gran lunga le aspettative. Anziché alcune migliaia di cavalieri, come l’imperatore greco si attendeva, o alcune decine di migliaia, come il papa aveva sperato, scoppiò un movimento di massa, un vero isterismo per le crociate, che procedette secondo leggi proprie. Così l’eremita Pietro di Amiens, autonominatosi predicatore della crociata, mise in moto una crociata popolare, cui si associò ogni specie di gentaglia. Contemporaneamente nelle regioni lungo le rive del Reno si verificarono massacri di ebrei, ma contro cui la stessa protezione episcopale si dimostrò impotente.

La guida della prima crociata non poté essere affidata ai due maggiori principi dell’occidente: l’imperatore Enrico IV e il re Filippo I di Francia erano ambedue scomunicati. Di conseguenza la guida della cristianità occidentale spettò al papato, senza che la cosa fosse stata progettata. Infatti proprio il periodo bisecolare delle crociate tradisce una avventurosa mancanza di progettazione e di guida. Già nel corso della prima crociata queste deficienze vennero a galla. Sia il legato papale Ademaro di Puy, sia Raimondo di Tolosa non avevano alcuna autorità particolare, perché anche altri prìncipi di pari dignità aderirono all’impresa. Figura di maggior rilievo divenne tuttavia Goffredo di Buglione, duca della Bassa Lotaringia.
Militarmente potenti, ma anche testardi e indipendenti erano i prìncipi normanni dell’Italia meridionale e della Normandia, che percorsero continuamente vie proprie e soprattutto volevano assicurarsi nuove terre e nuovi domini. Alla fine ne risultò un organo direttivo composto da principi diversi con finalità diverse. Per alcuni di essi e per la grande massa la mèta rimase tuttavia la liberazione del Santo Sepolcro.

Il 15 agosto 1096, come convenuto, i vari eserciti partirono per vie diverse in direzione di Costantinopoli. Qui si verificarono le prime difficoltà. L’imperatore Alessio pretese dai principi un giuramento di vassallaggio di tipo occidentale. Egli aveva atteso truppe mercenarie, non eserciti sotto comandanti indipendenti. Suo scopo era infatti quello di cacciare i turchi, che occupavano quasi tutta la penisola anatolica. In ogni caso, attraverso il giuramento di vassallaggio, sperava di ottenere un certo controllo sulla crociata.

Sotto il profilo militare questa cominciò molto bene. All’inizio di giugno del 1097 fu riconquistata Nicea, e il 10 luglio fu riportata una vittoria sui selgiuchidi a Dorileo. La spedizione proseguì quindi attraverso l’altopiano anatolico verso la Cilicia, dopo aver superato la catena del Tauro. Qui Baldovino di Boulogne si staccò dal grosso dell’esercito e si diresse verso la cristiano-armena Edessa (Urfa), si fece adottare dal principe locale Thoros ed eresse la contea di Edessa quale primo Stato crociato. Il grosso dell’esercito cominciò ad ottobre l’assedio di Antiochia, che cadde il 3 giugno del 1098 dopo gravi crisi e molte fatiche. Quindi dovette essere ancora sconfitto un esercito islamico, accorso in aiuto della città. Quando Boemondo di Taranto si proclamò principe di Antiochia e nominò un patriarca latino, si verificarono delle tensioni con l’imperatore Alessio che rivendicava per sé questa città, andata perduta non molti anni prima, nel 1085. L’esercito si riposò in Antiochia e partì finalmente nel gennaio del 1099 verso Gerusalemme. L’assedio durò sei settimane e la città cadde il 14 luglio del 1099. L’esercito cristiano operò uno spaventoso massacro fra la popolazione musulmana, l’entusiasmo religioso degenerò in sete di sangue. I principi si trovarono d’accordo nell’affidare a Goffredo di Buglione il governo della città, ma Goffredo rifiutò il titolo di re e si chiamò “Difensore del Santo Sepolcro”. Egli moriva già nel 1100 e aveva per successore Baldovino di Edessa, che assunse il titolo di re di Gerusalemme (1100-18). Negli anni successivi gli Stati fondati dai crociati furono militarmente consolidati: nel 1102 furono sconfitti gli egiziani, nel 1109 fu conquistata Tripoli e trasformata in contea, con l’annessione di Sidone e di Beirut nel 1110. In tal modo furono creati quattro Stati franchi nel Levante: il regno di Gerusalemme, il principato di Antiochia e le due contee di Edessa e di Tripoli. Si trattava di Stati organizzati sul modello francese e normanno, che subirono in seguito anche l’influsso delle repubbliche marinare italiane Pisa, Venezia, Genova e Amalfi. Ma erano anche Stati del tutto artificiali, che dovettero essere protetti con potenti fortificazioni, le cui rovine conservano ancor oggi un aspetto imponente (Krak des Chevaliers e Chateau Blanc in Siria, Montfort, Acri ecc. in Israele, Montreal in Giordania).
La conclusione positiva di quest’unica crociata coronata da successo suscitò grande giubilo in occidente, e la conquista di Gerusalemme fu celebrata in numerosi canti (tra cui alcuni secoli dopo, la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso). Già nel 1101 partivano tre altri pellegrinaggi col duca bavarese Welf, l’arcivescovo Thiemo di Salisburgo e Itha di Babenberg, vedova del margravio, verso l’Oriente, ma tutti e tre furono annientati dai selgiuchidi nell’Asia Minore. Meglio riuscì il rifornimento via mare tanto più necessario in quanto per la difesa dei territori conquistati v’erano a disposizione solo poche migliaia di cavalieri.
L’impresa della crociata aveva messo nelle mani del papato la guida della cristianità occidentale. Sarebbe però sbagliato pensare qui a uno stratagemma escogitato da Urbano II. Infatti nello stesso tempo i papi dovettero assumersi l’onere di pensare agli Stati di nuova conquista, cosa che mise a nudo le loro limitate possibilità.
Nella storiografia si è soliti enumerare sette crociate. Ma si tratta di una cifra arbitraria, perché ben presto tutte le imprese belliche contro i pagani furono benedette come crociate, mentre altre spedizioni verso Gerusalemme non compaiono in questa enumerazione. La seconda crociata fu provocata dalla caduta di Edessa (1144). Eugenio III affidò a Bernardo di Chiaravalle l’incarico di predicarla. Questi convinse Luigi VII di Francia e, nel Natale 1146, il recalcitrante Corrado III ad aderire all’impresa. Nel maggio del 1147 l’esercito tedesco partì con numerosi principi e vescovi, raggiunse tra molte difficoltà l’Anatolia, ma fu annientato il 15 ottobre presso Dorileo.  Il re Corrado sfuggì alla catastrofe con appena un decimo dell’esercito. Il re francese seguì la più sicura via lungo la costa e raggiunse quindi per nave Antiochia. Durante una riunione di principi ad Acri fu decisa una spedizione contro Damasco, anche se la locale dinastia dei Burgiti era da tempo alleata di Gerusalemme. La spedizione ebbe un esito vergognoso e provocò per di più la perdita di un importante alleato. Così, dopo tante attese, la seconda crociata terminò con un chiaro fallimento. Solo la conquista di Lisbona nell’estremo occidente ad opera di crociati inglesi e fiamminghi poté essere registrata come un successo.
Con l’insuccesso si fece sentire per la prima volta anche la critica delle crociate. Superficialmente se ne addossò la colpa all’infedeltà dei greci, ma già Gerhoh di Reichesberg definì la guerra dichiarata e condotta dalla Chiesa come un’«opera del diavolo e dell’anticristo».

La situazione degli Stati fondati dai crociati peggiorò rapidamente nei decenni successivi. Dopo la morte del giovane re Baldovino IV, malato di lebbra, i cavalieri erano più discordi che mai. Il sultano Saladino era riuscito a stringere un’alleanza tra le forze islamiche e l’Egitto. Il 4 luglio 1187 egli riportò una vittoria decisiva sugli eserciti cavallereschi ad Hattin nelle vicinanze di Tiberiade; il 2 ottobre Gerusalemme cadeva. Così finiva propriamente tutta l’impresa delle crociate. Quel che seguì fu solo un epilogo.

La caduta di Gerusalemme scatenò la terza crociata.
Clemente III riuscì a rappacificare Francia e Inghilterra e a spingere tutti i principi importanti d’Europa a partecipare all’impresa. Il comando fu affidato all’imperatore Federico Barbarossa, che partì nel 1189 con un esercito ben armato da Ratisbona. Egli però moriva il 10 giugno 1190 nel guadare il fiume Saleph nell’Anatolia meridionale. Sei settimane dopo moriva anche suo figlio Federico di Svevia, dopo di che l’esercito tedesco si dissolse.
Il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone giunse via mare, conquistò nel 1191 Cipro e liberò con un esercito franco-inglese Acri. Tra i principi scoppiò quindi la discordia, e il re francese se ne tornò in patria. Riccardo riuscì ancora a consolidare con alcune vittorie la fascia costiera, ma Gerusalemme rimase musulmana. Durante un armistizio (1192), riuscì ad ottenere il libero accesso dei pellegrini nella Città Santa. Alla fine ai crociati rimasero perciò solo più la fascia costiera e alcuni castelli fortificati, governati ora da Cipro.

Tra le crociate ufficiali non figura l’impresa che l’imperatore Enrico VI nel 1195 aveva giurato di compiere. Egli inviò inizialmente un esercito al comando di Corrado di Querfurt, che conquistò Tiro e Sidone e rese sicura la costa. Ma la morte dell’imperatore (1197) e la doppia elezione in Germania impedirono una conclusione positiva dell’impresa. Per la prima volta fu riscosso anche un tributo per questa crociata.

Pure il nuovo papa Innocenzo III concepì coerentemente un suo piano su questa base. I cavalieri dovevano essere pagati, il denaro sarebbe stato procurato con autotassazioni.

A partire dal 1199 il papa si mise a propagandare la (quarta) crociata e cercò di mettersi in contatto coi greci. I crociati — soprattutto francesi e piemontesi — si radunarono nel 1202 a Venezia, che doveva provvedere al trasporto con una flotta. Non essendo il denaro sufficiente a pagare le spese di viaggio, i crociati si impegnarono a conquistare Zara nella Dalmazia, una città cristiana governata dal re d’Ungheria, e infine nel 1204 a conquistare Costantinopoli, che di fatto fu trasformata in una colonia veneziana. Un nesso col fine della crociata esisteva solo in quanto, assoggettando i greci, si dava ad intendere di voler conquistare i Luoghi Santi. Ma tale disegno non fu più realizzato.
La crociata era completamente sfuggita di mano al papa e, in mano ai veneziani, era diventata un’immensa scorreria dai danni irreparabili. Steven Runciman parla di un «atto di gigantesca follia politica».
L’odio e la diffidenza della Chiesa greca contro quella latina aumentarono ancora, non solo, ma così fu liquidata anche l’unica potenza capace di opporsi ai turchi. Ora anche i resti degli Stati fondati dai crociati erano minacciati e tutta l’idea della crociata era stata sconfessata.

Una reazione irrazionale a tali eventi fu la crociata dei fanciulli del 1212. Un pastorello francese di nome Stefano e il decenne Nicola di Colonia guidarono migliaia di adolescenti verso Marsiglia e Brindisi, dove per la maggior parte morirono o furono venduti schiavi.

La riconquista di Gerusalemme rimase uno dei principali punti programmatici nei pontificato di Innocenzo III. Nei concilio Lateranense IV (1215) fu decisa una grande crociata per il 1217, furono riscosse decime e lanciato un piano di propaganda. Andrea II, re d’Ungheria, e Leopoldo VI, duca d’Austria, si batterono con scarso successo davanti ad Acri. Il grosso dell’esercito si diresse verso l’Egitto, dove conquistò Damietta. Ma la spedizione, disastrosamente guidata da Giovanni di Brienne, re titolare di Gerusalemme, e dal legato papale Pelagio, finì con una grave sconfitta (1221).

L’imperatore Federico II aveva già preso la croce nel 1215, ma aveva continuamente rimandato la partenza. Solo nel 1227 radunò un grosso esercito a Brindisi. Su tutta l’impresa gravava però già l’ombra della lotta dei papi contro gli Hohenstaufen.
Infatti, quando l’imperatore s’ammalò e la crociata dovette essere rimandata, Gregorio IX lo scomunicò. Malgrado ciò, nel 1228 Federico si recò personalmente in Siria e ottenne attraverso trattative — e ad ogni buon conto con un esercito alle spalle — la restituzione di Gerusalemme, Betlemme e Nazaret, con un corridoio verso Giaffa, nonché un armistizio per dieci anni e si incoronò re di Gerusalemme. Essa fu in assoluto la crociata più positiva dal tempo della prima delle imprese di questo genere.

Ciò nonostante essa rimase solo un interludio. Infatti nel 1244 Gerusalemme cadeva in maniera definitiva in mano ai musulmani, mentre l’esercito dei crociati veniva annientato a Gaza.  Di conseguenza nel concilio Lionese I (1245) si discusse di una nuova crociata e si decisero nuove tasse; ma l’entusiasmo si era raffreddato. Solo Luigi IX il Santo (1226-70), re di Francia, intraprese nel 1248 una crociata contro l’Egitto, fu fatto prigioniero col suo esercito e riottenne la libertà soltanto dietro riscatto (1250, sesta crociata). Egli si trattenne ancora fino al 1254 in Palestina, cercando di regolare le faccende degli Stati franchi.

Successivamente il dominio latino in Oriente si  avviò con rapidità alla fine. Nel 1261 fu eliminato l’impero latino di Costantinopoli. Nel 1268 andarono perdute Giaffa e Antiochia.
Luigi IX intraprese allora la sua ultima (settima) crociata. Si diresse verso Tunisi per conquistarla, nella speranza che l’emiro locale si facesse battezzare e marciasse con lui, unitamente al proprio esercito, contro l’Egitto. Ma morì di peste nel 1270 con la maggior parte dell’esercito durante l’assedio della città.

Nel 1289 cadde Tripoli e infine, nel 1291, Acri. Tentativi di una crociata fatti nel 1274 dal concilio Lionese II finirono nel vuoto. Causa di questa sconfitta non fu certo in primo luogo la potenza degli Stati islamici, che erano anzi indeboliti dagli attacchi dei mongoli. Altrettanto determinanti furono le discordie dei cavalieri occidentali, spesso impegnati a combattersi tra di loro e restii a sottomettersi a una qualche autorità. Le cause di ciò erano state poste già con la prima crociata.

Prospetto delle otto crociate

La prima crociata (1095-1099)

Il disegno di una grande spedizione di forze cristiane in Oriente per la liberazione di Gerusalemme era stato vagheggiato da papa Gregorio VII nel 1074, ma solo Urbano II (1088-1099),  già monaco cluniacense, riuscì a realizzarlo, indirizzando abilmente le energie religiose del movimento riformatore verso la mèta della Terra Santa. Dopo il magistrale discorso del pontefice a  Clermont nel dicembre del 1095, ripetuto da zelanti predicatori in ogni regione d’Europa, migliaia di persone fecero voto di partecipare all’impresa: oltre il movente spirituale, non mancarono Io spirito d’avventura, la bramosia di potere e di guadagno, le ambizioni, ecc. Nella concezione mistica dei contemporanei, Dio stesso guidò la crociata (cfr. Gesta Dei per Francos, titolo dell’opera dell’abate Guiberto di Nogent).

Dietro capi improvvisati, come Pietro l’eremita, una folla eterogenea di uomini e di donne d’ogni età e condizione, fanatici e senza disciplina, si spinse saccheggiando fino all’Asia Minore, dove fu decimata dai Turchi nel 1096.
Il vero e proprio esercito dei crociati, diviso in quattro corpi e seguendo diversi itinerari, confluì a Costantinopoli nel 1097: erano forse 300 mila soldati! Occupata Nicea, assediarono per 15 mesi Antiochia, difendendola poi dagli assalti turchi, mentre i signori più potenti si affannavano a costituirsi dei domini personali. Poche migliaia soltanto, al comando di Goffredo di Buglione, conquistarono Gerusalemme il 15 luglio del 1099. I successori del “Difensore del santo sepolcro” presero il titolo di re.

La seconda crociata (1147-1149)

Fu bandita per soccorrere i cristiani d’Oriente quando i Turchi s’impadronirono di Edessa nel 1144: solo l’infiammata predicazione di san Bernardo indusse il suo re, Luigi VII, a partire, e l’imperatore Corrado III a seguirne l’esempio. I due sovrani subirono forti perdite e ritornarono indietro, lasciando isolato e debole il regno di Gerusalemme. Lo scacco fu vivamente sentito in tutto l’Occidente.

La terza crociata (1189-1192)

Quando il potente Salah ad-Din, nel 1187, riconquistò la città santa, l’Europa rimase attonita e commossa: era la premessa per la terza crociata (1189-1192). Federico Barbarossa, Filippo Augusto di Francia e Riccardo I d’Inghilterra presero la croce con i loro eserciti: ma il primo annegò miseramente nel fiume Salef (1190), dopo una serie di vittorie; gli altri due non seppero realizzare un’intesa leale ed efficace. Solo risultato: il ricupero di San Giovanni d’Acri e la presa di Cipro per opera di Guido di Lusignano, lo spodestato re di Gerusalemme. La città santa rimase in mano ai Saraceni.

La quarta crociata (1202-1204)

La morte di Salah ad-Din (1192) incoraggiò i crociati a ritentare la prova. A capo della quarta crociata, promossa da Innocenzo III, si trovano dei feudatari senza mezzi e ricattati da Venezia. Invece della Terra Santa, i loro obiettivi sono Zara e Costantinopoli dove, dopo orrendo saccheggio, viene costituito l’impero latino, suscitando amarezza e sdegno in tutta la cristianità. La storia di questa crociata fu una tragedia dal punto di vista religioso ed ecumenico, nonché di stolto calcolo politico e diplomatico.

A dimostrare che un sincero sentimento religioso regnava negli animi dei giovanissimi, nel 1212 l’Europa realizzò un’iniziativa meravigliosa e quasi incredibile: la crociata di migliaia di fanciulli francesi, imbarcatisi a Marsiglia su sette navi, in parte naufragati e in parte catturati dai «barbareschi» di Algeria e venduti come schiavi. Un fatto analogo si verificò in Germania, dove schiere di giovinetti, dai 12 ai 18 anni, arrivarono fino a Roma, ma poi si dispersero senza aver realizzato la loro utopica impresa.

La quinta crociata (1217-1221)

Ebbe la stessa sorte fallimentare: dopo una diversiva azione in Palestina, i crociati si impadronirono di Damietta in Egitto, con l’idea di puntare a El Cairo e porre fine al sultanato di Egitto. Invece vi rimasero bloccati e con la sconfitta di Al-Mansura (luglio del 1221) furono costretti a riconsegnare al Sultano Damietta col fine di potersi ritirare e salvare. Nel 1219 san Francesco d’Assisi tentò di porre pace tra il sultano Malik al- Kamil e i crociati sfruttando una tregua di una ventina di giorni nel settembre di quell’anno.

La sesta crociata (1228-1229)

Fu l’unica, dopo la prima, che ottenne un esito positivo, sia pure effimero. La guidò il quindicenne Federico Il, scomunicato da Gregorio IX per il precipitoso rientro della sua flotta a Brindisi. Mediante trattative con il sultano Al-Kainil, egli ottenne Gerusalemme, Nazareth e Betlemme, e un armistizio di dieci anni. La cristianità giudicò il trattato un patto empio, ma Gerusalemme rimase ai cristiani fino al 1244.

La settima crociata (1249-1254)

Nel 1248, il re di Francia Luigi IX si assunse il compito di liberare la Terra Santa: fu l’ultima grande crociata del secolo, la settima. Damietta fu riconquistata di sorpresa, ma poi il sovrano cadde prigioniero e dovette pagare un forte riscatto per salvarsi. Per quattro anni egli rimase in Terra Santa, poi rientrò sconsolato in Francia.

L’ottava crociata (1270)

In seguito a ciò i Musulmani poterono conquistare le fortezze cristiane di Jaffa e di Antiochia. Per liberare gli Stati latini non c’era altro mezzo che una nuova crociata: l’ottava. Per lo scrupolo di non aver sciolto il suo voto, nel 1270 il santo re prese di nuovo la croce e partì con un esercito: sbarcò a Tunisi, ma le epidemie decimarono i suoi soldati ed egli stesso soccombette al colera il 25 agosto, «ultimo dei veri crociati».
Le discordie e le lotte fra i signori cristiani del Levante e l’inerzia dell’Europa facilitarono le conquiste dei Musulmani che, nel 1291, occuparono San Giovanni d’Acri. Fra il Trecento e il Quattrocento si parlerà ancora molto di crociate, e i Papi rinnoveranno i loro appelli, ma senza risultato giacché l’ideale «eroico» delle crociate era ormai un anacronismo.

Crociate con altre finalità

L’idea della crociata aveva talmente infiammato l’Europa che presto furono dichiarate crociate anche altre imprese belliche. Già Urbano II riconobbe la reconquista della penisola iberica come una crociata e concesse ai combattenti le stesse indulgenze concesse a coloro che partivano per la Terra Santa. La riconquista della penisola fu conclusa con successo nel 1265; solo il regno di Granada resistette ancora fino al 1492.
Grave fu il fatto che anche la guerra contro i vendi del 1147/48 fu dichiarata una crociata. L’idea della crociata cambiò completamente di senso, quando divenne uno strumento della politica ecclesiale e quando fu adoperata contro chiunque trasgredisse i comandamenti della Chiesa, come ad esempio contro i contadini che rifiutavano di pagare le decime, o contro eretici e scismatici. In questo senso furono dette crociate soprattutto le battaglie contro gli albigesi (a partire dal 1208), battaglie che furono condotte con estrema crudeltà e che alla fine servirono solo a rafforzare il potere della monarchia in Francia. Come lotta contro gli scismatici fu interpretata anche la quarta crociata, tanto che Innocenzo III non prese mai propriamente le distanze dalle atrocità compiute nella conquista di Costantinopoli. Gregorio IX concesse all’arcivescovo di Brema di condurre una crociata contro i sudditi che si rifiutavano di pagare le tasse (1232-1234) e concesse ai partecipanti le stesse indulgenze elargite ai crociati. A mero strumento di politica ecclesiastica degenerarono le crociate decretate contro l’imperatore Federico II e i suoi successori.

Un po’ diverse furono le crociate contro i prussiani e i lituani, dato che in questo caso si poteva pur sempre dare ad intendere di combattere contro pagani. Perciò l’entusiasmo per le crociate diminuì sempre più, ma non si estinse mai completamente. Nel secolo XV l’idea fu ripresa e si concepirono di conseguenza le guerre contro gli hussiti come crociate. Pure Callisto III e Pio II prospettarono in questa luce la difesa contro i turchi, ma con scarso successo.

Gli Ordini cavallereschi

Gli inizi degli ordini cavallereschi vanno ricercati nel servizio dei pellegrini e dei malati, da cui si sviluppò la difesa armata contro musulmani e pagani. La loro regola ricalcava il più delle volte quella degli agostiniani o dei benedettini, tuttavia avevano una struttura adatta ai loro compiti. Di conseguenza i membri erano suddivisi in tre gruppi: cavalieri nobili per il servizio delle armi, cappellani dell’ordine e fratelli per il servizio dei malati, ma anche per quello delle armi. Al vertice presiedeva il Gran maestro, affiancato da un capitolo generale. Per la Terra Santa importanti furono solo i Giovanniti e i Templari, cui spettò in un primo momento la difesa dei pellegrini e più tardi anche la difesa di numerosi castelli e fortificazioni. Spesso essi litigarono fra di loro e sempre furono in contrasto col re di Gerusalemme. Attraverso numerose fondazioni e un’abile politica finanziaria, accumularono una grande ricchezza. A motivo degli ampi privilegi papali loro concessi, si sottrassero in larga misura a ogni controllo statale sia in Terra Santa che nei paesi europei.

L’Ordine dei Templari

Questo ordine sorse verso il 1119 a Gerusalemme, dove Ugo di Payens costituì un’associazione con sette cavalieri francesi e fece voto di difendere con le armi i pellegrini che si recavano a Gerusalemme. Il re Baldovino assegnò loro un edificio vicino al tempio di Salomone, da cui derivarono il nome.
Nel 1128 Bernardo di Chiaravalle diede loro una regola e li raccomandò alla cavalleria occidentale. Nel 1139 divennero esenti e si diffusero presto rapidamente. I membri erano in maggioranza francesi, e in Francia essi avevano anche i loro possedimenti più importanti.
Dopo la caduta di Acri (1291), l’ordine trasferì la sua attività a Cipro, ma degenerò rapidamente e trovò la sua fine nel famigerato processo dei templari intentato a partire dal 1305 (soppressione definitiva nel 1312 ad opera di Clemente V). Oltre a prestar servizio militare, l’ordine istituì e mantenne anche ospedali.

L’Ordine dei Giovanniti o Ospedalieri

Gli inizi dei Giovanniti (detti anche Ospedalieri, Cavalieri di Rodi e di Malta) sono più antichi ancora. Verso la metà del secolo XI alcuni mercanti di Amalfi eressero a Gerusalemme un ospedale vicino a una chiesa dedicata a san Giovanni.
Al tempo della prima crociata l’ospedale era diretto da Gerardo di Amalfi. Sotto il suo successore, Raimondo di Puy (1120-60), i Giovanniti divennero un ordine cavalleresco, senza però abbandonare l’attività ospedaliera, che anzi estesero anche all’Europa, portando così a conoscenza dell’occidente le superiori conoscenze mediche degli arabi. Dopo la caduta di Acri e una breve permanenza a Cipro, conquistarono Rodi col Dodecaneso e trasformarono queste isole in un baluardo contro i turchi e in un centro commerciale (1309-1522). Cacciati infine dai turchi, ebbero nel 1530 dall’imperatore Carlo V l’isola di Malta, da cui continuarono la lotta contro i pirati saraceni. La rivoluzione francese li spogliò dei loro beni, nel 1798 Napoleone li privò anche dell’isola di Malta.  A partire dal 1859 ripresero a fiorire e oggi si occupano soprattutto della cura dei malati.

L’Ordine teutonico

Il terzo grande ordine cavalleresco sorse verso il 1190 da un ospedale da campo alle porte di Acri, ma non fu più impegnato in Terra Santa. Nel 1191 Clemente III approvò la comunità ospedaliera, che nel 1198 si trasformò in ordine cavalleresco.
A partire dal 1230, sotto la direzione del Gran maestro Ermanno di Salza, trasferì la sua attività in Prussia (Kulm) e nel 1237 si fuse con i cavalieri dell’ordine dei portaspada della Livonia. Qui costituì il Deutsch-Ordensland, un vero e proprio Stato dell’ordine teutonico, che andava dalla Vistola sino al Golfo di Finlandia. Dal 1309 in poi il Gran maestro stabilì la sua sede a Marienburg (Malbork). Nel 1410, dopo la sconfitta di Tannenberg contro i polacchi, cominciò il declino. Nel 1525 l’allora Gran maestro Alberto di Brandeburgo trasformò lo Stato dell’ordine in un principato protestante. Nella parte cattolica della Germania l’ordine continuò a sussistere, ma nel 1805 fu soppresso negli Stati della Confederazione renana. Oggi esso ha il suo centro a Vienna e sedi in Alto Adige e in alcune città tedesche.

Accanto ai tre grandi ordini cavallereschi ne esistettero numerosi altri più piccoli, ma di essi solo quelli attivi nella penisola iberica raggiunsero una qualche importanza e s’impegnarono ivi nella “reconquista”.
Nel 1318 il re Dionigi del Portogallo fondò l’Ordine di Cristo con membri del dissolto ordine dei templari; in esso, a partire dal 1433, la dignità di Gran maestro divenne una prerogativa della casa regnante. Ciò rivestì in seguito grande importanza, perché l’ordine ottenne il diritto di patronato su tutte le missioni portoghesi. L’Ordine di Cristo fu abolito nel 1797.
Solo temporaneamente ordine cavalleresco furono i mercedari (fondati da Pietro Nolasco su incoraggiamento di Raimondo di Peñafort nel 1218)(1), che si dedicarono al riscatto dei prigionieri dalle mani dei saraceni. Una tardiva e fallita fondazione fu quella dell’Ordine dei cavalieri di San Giorgio, voluta dall’imperatore Federico III nel 1470 (Milstatt-Wiener Neustadt).


NOTE


1)  Era di famiglia nobile e da giovane era dedito alla devozione, all'elemosina e alla carità. Avendo distribuito tutti i suoi averi ai poveri, fece voto di verginità e per evitare contatti con gli Albigesi, si recò a Barcellona. All'epoca gran parte della penisola iberica era sotto il dominio degli arabi e moltissimi cristiani erano detenuti e perseguitati a causa della loro fede e Pietro riscattò molti di loro spendendo il suo patrimonio. Dopo una maturata deliberazione, mossa anche dal ritenere di aver avuto una visione celeste, nel 1218 decise di fondare un ordine religioso simile a quello fondato alcuni anni prima da san Giovanni de Matha e san Felice di Valois (i Trinitari), il cui obiettivo principale sarebbe stata la redenzione degli schiavi cristiani. In quest’impresa lo incoraggiarono molto Raimondo di Peñafort (OP) e Giacomo I, re di Aragona. L’Ordine fu chiamato Ordine di Santa Maria della Mercede e fu solennemente approvato da papa Gregorio IX nell’anno 1230. I suoi membri erano legati da un voto speciale, quello di impiegare tutta le loro sostanze per la redenzione dei cristiani catturati e, qualora fosse stato eventualmente necessario, di riscattarli rimanendo in prigione al loro posto. All'inizio i membri erano laici come Pietro stesso, ma papa Clemente V decretò che il maestro generale dell'ordine dovesse sempre essere un sacerdote.

Fonte: Appunti.  Biennio filosofico.  Anno Accademico 2010-2011

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