domenica 23 settembre 2012

CI STANNO FACENDO DIVENTARE RAZZISTI NOSTRO MALGRADO



di Francesco Lamendola

Il popolo italiano non è mai stato razzista. Il popolo friulano, presso il quale sono nato, e il popolo veneto, presso il quale mi sono stabilito, non sono mai stati razzisti.
Al contrario: il Patriarcato di Aquileia, come crocevia di popoli delle tre principali stirpi europee - la neolatina, la germanica, la slava - e la Repubblica di Venezia, come crocevia di commerci - fra Occidente e Oriente, fra Nord e Sud del continente - vantano entrambi una storia plurisecolare di incontri, di scambi, di apertura verso qualunque popolo e qualunque fede.
E ciò vale anche per le altre regioni e per le altre popolazioni d’Italia, sia quella continentale, sia quella peninsulare ed insulare.
Nel Sud vi sono addirittura delle oasi linguistiche greche e albanesi, relitti di intere popolazioni che, molti secoli addietro, fuggirono dalla Penisola Balcanica invasa dai Turchi e si trasferirono in Italia, per vivere in pace e in sicurezza.
Fra XIX e XX secolo, poi, furono gli Italiani a prendere la via dell’emigrazione, sia temporanea che permanente, sotto la spinta crudele di una modernizzazione che imponeva nuovi ritmi di vita e nuove modalità di produzione: a centinaia di migliaia, a milioni.
Emigranti friulani e veneti costruirono la ferrovia transiberiana e contribuirono a realizzare il Canale di Suez e il Canale di Panama, la ferrovia transcontinentale americana, le dighe più grandi del mondo, dal Sud America all’Africa; coltivarono le savane e fecero fiorire i deserti, con un prodigio di dedizione e amore.
Ovunque si fecero rispettare e stimare per le loro doti di grandi lavoratori, per la sobrietà, per il loro spirito di sacrificio; non sempre vennero ricompensati come avrebbero meritato, anzi, in certi casi vennero spogliati di tutto; quelli che tornarono a casa, comunque, portarono con sé un prezioso bagaglio di esperienze umane, di tolleranza, di capacità di dialogo con le altre culture.
Mai gli Italiani si sono mostrati razzisti, lo ripetiamo: non avrebbero potuto, considerata la loro storia, la loro civiltà, la loro istintiva accoglienza e la loro generosità, legata ai valori religiosi e patriarcali delle vecchie famiglie contadine.
Da qualche tempo, però, le cose stanno cambiando; e non per colpa loro.
Una immigrazione strabocchevole, selvaggia, indiscriminata, sta mettendo a durissima prova il loro tradizionale senso di ospitalità, la loro naturale benevolenza verso l’altro: una immigrazione che non è stata proposta, ma imposta e calata dall’alto, come un diktat, e gestita come peggio non si sarebbe potuto, mostrando una dissennata tolleranza verso qualunque comportamento deviante, a cominciare dal fato stesso dell’immigrazione clandestina.
Non è che tutti gli immigrati si comportino male, sia chiaro; ma il numero di quelli che si comportano male è alto, troppo alto; e a ciò si aggiungono la faciloneria, il pressapochismo, l’incomprensibile permissivismo di cui i governi, di destra e di sinistra, hanno dato prova nel corso degli ultimi tre decenni. Troppo spesso gli stranieri non vengono qui in atteggiamento umile e rispettoso, ma con arroganza e quasi con sfida: aprono moschee abusive, praticano il commercio clandestino, adottano stili e comportamenti quotidiani irrispettosi della quiete e della tranquillità dei loro vicini di casa; il tutto nella maniera più aperta e sfacciata e, quasi sempre, senza che giunga la benché minima reazione da parte delle pubbliche autorità, vuoi per carenza di uomini e mezzi delle forze di sicurezza, vuoi per un ben preciso disegno politico.
Interi quartieri delle nostre città sono ormai abbandonati a se stessi, in balia di spacciatori di droga e prostitute, terrorizzati da quotidiani scontri fra bande di malviventi stranieri o, nel migliore dei casi, da quotidiani episodi di ubriachezza, di risse, di microcriminalità: al punto che i residenti, la sera specialmente, ma ormai anche di giorno, hanno paura ad uscire di casa.
La situazione va peggiorando di giorno in giorno e se qualcuno si azzarda a farla presente, si vede immediatamente bollato di razzismo e ridotto al silenzio, sotto una montagna di frasi fatte e insipide a base di diritti umani, di civiltà, di arricchimento culturale; stuoli di economisti ci spiegano che di questi immigrati noi abbiamo assoluto bisogno (strano, vista la disoccupazione ormai dilagante) e frotte di politici e di pretesi intellettuali ci rintronano gli orecchi con i loro ditirambi sulla bellezza della società multietnica e multiculturale.
Si vede che la rivolta di Los Angeles nel 1992, quella delle banlieue francesi nel 2005 e quella di Londra del 2011 non hanno insegnato nulla a nessuno.
Intanto, in molte classi delle nostre scuole la presenza di alunni stranieri è diventata così numerosa, che i nostri figli vi si trovano in minoranza, quasi tollerati e costretti ad adeguarsi a programmi scolastici penosamente ridotti, visto che molti dei loro compagni stranieri non padroneggiano neppure i rudimenti della nostra lingua; e alcune solerti maestre decidono di rinunciare al presepio e ai canti di Natale, per non offendere l’altrui sensibilità.
Un preside della mia zona ha voluto regalare, con i soldi della scuola, una bicicletta nuova a un alunno marocchino che aveva cercato di rubare quella di un compagno: eppure, a parte il messaggio sommamente antieducativo che è stato dato, ci sono anche dei bambini italiani che devono rinunciare alla bicicletta, perché i genitori non possono comperargliela; anche da noi esistono la povertà e l’indigenza, senza che ciò autorizzi moralmente al furto.
Ebbene, tutto ciò non ha niente a che fare con l’accoglienza e con lo spirito di fratellanza: è un suicidio culturale, puramente e semplicemente. Il rispetto dovuto alle altre culture è una cosa ben diversa e dovrebbe andare congiunto, fino a prova contraria, con il rispetto che esse devono alla nostra, cioè a quella che ha accolto e sfamato tanti dei loro membri.
Quei signori che parlano e blaterano di integrazione e ci decantano le meraviglie della società multietnica non sanno letteralmente di che cosa stanno parlano: o sono immensamente, totalmente ignoranti e sprovveduti, oppure sono in malafede e vogliono farci trangugiare una minestra che non serve alla nostra salute e al nostro benessere, ma che risponde semmai agli occulti interessi di qualche potere invisibile, che sta perseguendo un suo inconfessabile disegno di dominio globale, passando sulla testa dei liberi cittadini.
Vorrei citare una esperienza diretta per rendere più chiaro il discorso, anche se chiunque, purtroppo, potrebbe citarne di simili. Un mio amico ristoratore è stato truffato, l’altro giorno, da una numerosa famiglia di zingari: quattordici persone che si sono presentate a pranzo, si sono fatte servire e poi, al momento di pagare, con la scusa che la carta di credito non funzionava, se ne sono andate promettendo che avrebbero saldato, mentre sono sparite senza più farsi vedere.
Un episodio quasi insignificante, se vogliamo, specialmente se confrontato ad altri in cui emerge anche l’elemento della violenza; e, tuttavia, un episodio che si aggiunge a una serie di altri episodi analoghi, tutti caratterizzati da un fatto evidente: quando si incontrano bruscamente due culture, in una delle quali fregare il prossimo è una cosa bella e buona ed una in cui si praticano il rispetto e l’onestà, la seconda, inevitabilmente, soccombe.
Quel mio amico è una persona niente affatto razzista, né potrebbe esserlo, essendo nato all’estero e avendo vissuto, egli stesso, per tanti anni da emigrante. Tutti i clienti sono uguali, per lui: il ricco e il povero, l’Italiano e lo straniero; con tutti è gentile e disponibile e si fa in quattro per servirli nel migliore dei modi, senza alcuna discriminazione. Il lavoro è la sua passione e il tratto umano e gentile è la sua caratteristica più evidente.
Però, dopo una serie di episodi spiacevoli come quello appena ricordato, la sua fiducia nel prossimo e la sua benevolenza verso il diverso stanno incominciando a scricchiolare. L’amarezza e lo scoraggiamento sono aggravati dalla consapevolezza che lo Stato, sempre lento quando si tratta di intervenire a difesa della legalità, è tuttavia prontissimo a farlo, quando si tratta di trovare il pelo nell’uovo per erogare multe o per esigere sempre nuove tasse e balzelli.
Fino a che punto devono arrivare le cose, prima che ci si renda conto che stiamo giocando col fuoco e che, presto o tardi, ci bruceremo malamente?
Perché una moschea abusiva viene tollerata dai sindaci e dai prefetti, come niente fosse, mentre la più piccola irregolarità da parte di un cittadino italiano viene subito sanzionata con multe pesantissime o con il deferimento all’autorità giudiziaria?
Perché uno straniero, entrato illegalmente nel nostro Paese, non appena ottiene lo status di rifugiato (e lo ottengono quasi tutti, a migliaia, a decine di migliaia ogni anno), ha diritto a un generoso sussidio di mantenimento, ovviamente a spese del contribuente; mentre certi nostri pensionati possono anche crepare di fame o venire sfrattati in qualsiasi momento, per l’impossibilità di pagare l’affitto di casa?
Si stanno creando le condizioni per spingere un popolo accogliente e generoso, come l’italiano lo è sempre stato, a diventare prevenuto, diffidente, maldisposto verso gli stranieri: e di tutto ciò bisogna ringraziare i nostri folli demagoghi che, con irresponsabile leggerezza, hanno spalancato le porte del nostro Paese, così, da un giorno all’altro, a masse di immigrati delle più diverse provenienze, i quali, sovente, assumo atteggiamenti da conquistatori, più che da ospiti.
Se anche fosse vero che la nostra economia ha bisogno di manodopera straniera, dovrebbero essere il governo a stabilire quanti e di quale provenienza, fissando un tetto massimo per ciascuna etnia e badando, come è giusto e naturale anzitutto agli interessi del nostro Paese.
Gli immigrati cinesi, per fare un esempio, non investono un euro che sia uno nella nostra economia: per il loro commercio si riforniscono direttamente in Cina e poi vendono le merci a prezzi stracciati, facendo una concorrenza insostenibile ai nostri commercianti. Intanto, nei laboratori clandestini, operai e operaie cinesi lavorano in condizioni disumane quattordici ore al giorno per una paga di pochi euro: ed ecco spiegato il “miracolo” di quei prezzi così incredibilmente bassi.
Se, poi, si chiede loro di rispettare le regole e di non parcheggiare abusivamente nel centro cittadino, eccoli pronti a scatenare una rivolta in piena regola, come quella di Milano del 2007, innalzando le bandiere della Repubblica Popolare Cinese sulle barricate, mentre le autorità di Pechino, per bocca del loro ambasciatore, si permettevano di intromettersi e raccomandare “moderazione” al nostro governo.
La domanda che dovremmo farci, più che legittima, è quale vantaggio ricavi l’economia italiana da tutto ciò. Qualcuno, certamente, si metterà a strepitare che badare ai nostri interessi è una forma di bieco egoismo nazionale: certo che lo è; ma quale Stato degno di questo nome non pone i propri interessi al di sopra di ogni altra considerazione?
Se non si vuole essere ipocriti, non è esattamente quello che ognuno di noi fa riguardo alla propria famiglia: prima si preoccupa della sicurezza e del benessere dei suoi cari e poi, se può, anche di quelli degli altri?
Non c’è nulla di male, nulla di vergognoso e, tanto meno, nulla di razzista in un simile modo di ragionare: e chi afferma il contrario o è uno sciocco, o è in malafede.
I nodi stanno venendo al pettine, non possiamo permetterci di perdere altro tempo.
 L’immigrazione va frenata, controllata, gestita in maniera responsabile; bisogna fare di tutto per incoraggiare gli immigrati a tornare nei Paesi di provenienza, anche incentivandoli economicamente, in modo che possano impiantare a casa loro delle piccole attività commerciali o acquistare un pezzo di terra da lavorare.
Non possiamo farci carico di tutta la miseria del mondo, di tutte le guerre che infuriano, di tutte le foreste che scompaiono o di tutti i deserti che avanzano. Se non vogliamo scomparire anche noi.

Fonte: srs di Francesco Lamendola, da Arainna Editrice del    31/agosto/2011

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