sabato 23 marzo 2013

NON È MODERNA, NON È AMERICANA E NON FUNZIONA: LA MMT




Articolo di    Andrea Cavalleri

Grazie all’infaticabile lavoro divulgativo di Paolo Barnard, in Italia abbiamo conosciuto la Modern Money Theory, elaborata da un gruppo di economisti americani, fra cui il più rinomato è Warren Mosler. La nuova scuola dichiara di aver elaborato un metodo per assicurare il benessere finanziario della popolazione, gestendo una moneta sovrana.
Il tutto parte dall’osservazione che:

G – T = S – I

Spesa pubblica meno tasse (Bilancio pubblico) è uguale al risparmio meno gli investimenti
(Bilancio privato). Il che, secondo i fautori della MMT significa che più è ricco lo Stato e più sono poveri i cittadini e, viceversa, più lo Stato va in disavanzo e più i cittadini ne beneficiano.

A parte il fatto che l’equazione è ricavata algebricamente dalla definizione del PIL generalmente contenuta nei manuali di economia e che la realtà probabilmente è tutto un altro paio di maniche, comunque, accettando che sia verosimile, Mosler e soci ne traggono una sorprendente conclusione: la spesa a deficit, da parte dello Stato è cosa buona e positiva perché arricchisce le famiglie, le quali risparmiano e investono, promuovendo la piena occupazione.
Replicando all’infinito una politica keynesiana, si manterrebbe sul mercato la massa monetaria occorrente (il cosiddetto “money supply”) che, da quanto racconta Barnard, potrebbe essere emessa con gli stessi identici esiti sia che lo facesse direttamente lo Stato, sia che lo facesse una Banca Centrale (magari privata) contro titoli di debito.
Parlando delle tasse, i professori americani spiegano che una delle funzioni da esse espletate è quella di ritirare il circolante in eccesso, proponendo così una soluzione al problema dell’inflazione, che potrebbe essere sollevato di fronte alla loro proposta di continue iniezioni di liquidità sul mercato.
Senza addentrarci nella definizione di moneta sovrana della MMT e della presunta indifferenza tra il signoraggio bancario e quello di Stato (strani però questi studiosi statunitensi: hanno sotto il naso 49 Stati indebitati fino al collo e uno in attivo, il North Dakota, e pensano che sia un caso che questo Stato sia l’unico a non aver aderito al Federal Reserve System) vorremmo fermarci al nucleo principale della teoria, quello per cui se lo Stato fornisce soldi al mercato va tutto bene e se sono troppi li ritira con le tasse.
Credo che si possa convenire che lo stesso concetto viene riassunto nelle seguenti frasi: “Quando l’offerta (merci) supera la domanda (denaro) e i prezzi vacillano, sarebbe opportuno stampare e distribuire cartamoneta, viceversa, quando la domanda supera l’offerta e i prezzi lievitano, bisognerebbe ritirarla dalla circolazione e bruciarla. In tal modo, con una macchina da stampa e un forno, si coordinerebbero domanda e offerta e si manterrebbero i prezzi stabili”.
In queste poche lapidarie righe, Silvio Gesell sintetizza la teoria di Flurscheim (1844-1912) prodotta in occasione delle dispute tra i metallisti e i cartamonetisti, e che, al di là della rozzezza della rotativa e del forno, propone nella sostanza la stessa linea d’azione della MMT, che consiste nell’immettere “fiat money” nel mercato per sostenere le attività produttive, ritirandola alla bisogna (con le tasse secondo Mosler e compagni).  Quindi, nella sua essenza, la MMT non è affatto moderna e deve la sua paternità a un intellettuale tedesco di oltre un secolo fa.
Il guaio è che Gesell, nel suo “Il sistema economico a misura d’uomo”, non si limita a esporre il concetto della teoria di Flurscheim, ma la analizza e la critica, individuandone il punto vulnerabile.
Lo Stato, nota Gesell, controllerebbe sì la totale massa monetaria, ma non avrebbe nessuno strumento per regolare la velocità di circolazione, perciò il sistema economico risentirebbe della contraddizione insita nella natura del denaro (il denaro usato abitualmente): di essere al tempo stesso mezzo di scambio e mezzo di risparmio. Il che significa che se circola (come mezzo di scambio) non viene risparmiato, ma se viene accumulato non circola, cosicché le sue due funzioni si fanno guerra, penalizzando inevitabilmente la vitale funzione di scambio, che è quella che sostiene ogni economia evoluta (che vive della divisione e specializzazione del lavoro).
Il geniale economista prussiano, non si limita ad enunciare i principi, ma da uomo formato sul campo (nella sua vita fu imprenditore e commerciante) descrive passo passo lo sviluppo di un sistema concepito come quello di Flurscheim o della MMT, che è la stessa cosa.
E lo illustra come segue.
Esistono delle persone che producono più di quanto comprano, che accumulano dei risparmi, e se questi risparmi sono allettati con un interesse appetitoso li investono. Tali investimenti finanziano delle attività produttive selezionandole secondo una discriminante: quelle che vendono prodotti con un utile maggiore uguale al tasso di interesse si possono reggere, le altre no, per ovvi motivi.
Nel momento in cui le attività più lucrose avessero saturato il mercato, il risparmio si troverebbe a un bivio: o accetta di essere remunerato con interessi più bassi oppure resta inutilizzato.  D’altro canto, se tutti i risparmiatori richiedessero titoli delle aziende “ricche” il rendimento di questi titoli scenderebbe egualmente per eccesso di offerta.
Inevitabilmente, una fetta dei risparmi resterebbe inutilizzata (non vale la pena di correre il rischio di investimento) e si verificherebbe una penuria di denaro sul mercato, che Gesell descrive con queste poche profetiche parole: “Il denaro pertanto sparisce dal mercato, arroccandosi inoperoso nelle banche, facendo diminuire i prezzi, ristagnare le merci e profilare la crisi…”
A questo punto, secondo Flurscheim e la MMT, interverrebbe lo Stato fornendo nuova liquidità, così riprenderebbe il ciclo produttivo e tutto andrebbe avanti un altro po’ come se nulla fosse. Tuttavia, l’accresciuta disponibilità valutaria farebbe scendere ulteriormente i tassi di interesse, scoraggiando ancor più risparmiatori ad investire, aumentando così la massa monetaria bloccata nei depositi e generando di nuovo una rarefazione del circolante.
Dopo qualche macrociclo di emissione monetaria-risparmio-accumulo, si avrebbe una situazione per cui i depositi raccolgono una quantità di denaro molto superiore al circolante: infatti chi risparmiava fin dall’inizio, godeva di un attivo strutturale che non è mai venuto meno e che lo ha portato ad accumulare sempre più. Molti si sono liberati dalle ipoteche e dai mutui e, a causa degli interessi troppo bassi, chi ha riscosso quelle cifre le ha lasciate inoperose.
Se in questa situazione, per qualunque motivo, un po’ di gente cominciasse a spendere, si scatenerebbe una terribile reazione a catena.
Infatti, le merci disponibili non sarebbero sufficienti a pareggiare la domanda e i prezzi prenderebbero a salire. Ma con i prezzi in salita sia i commercianti (per assicurarsi le merci in anticipo sui futuri rincari) sia gli speculatori tornerebbero a comprare e a investire, inondando di colpo il mercato di denaro, che produrrebbe un terribile effetto inflattivo. Vedendo il denaro perdere valore, tutti i risparmiatori cercherebbero di disfarsene, mentre le merci scarseggerebbero e i prezzi salirebbero alle stelle.
Come potrebbero il forno di Flurscheim o le tasse della MMT fermare questa marea di “domanda dormiente” (denaro fermo sui conti) che si risveglia?
Da un lato lo Stato non ha le merci (l’offerta) per pareggiare la domanda espressa dal mercato.
Dall’altra un ritiro forzoso della valuta arriverebbe troppo tardi, perché quando si manifestano i sintomi dei rincari generalizzati la situazione è già degenerata, il valore del denaro è in caduta libera e le tasse potrebbero solo aggravare la condizione dei cittadini ormai impoveriti.
La situazione esplosiva, spiega Gesell, si verifica quando la massa monetaria totale diventa molto più alta di quella utilizzata per gli scambi, (ad esempio sia 100 il totale, 10 il circolante e 90 il risparmio), perché se anche solo una piccola parte dei 90 rientrasse sul mercato, subito salirebbero i prezzi, provocando il rientro a precipizio anche del resto (Dovrebbero meditare questa verità gli speculatori che hanno creato “attivi finanziari” decine di volte superiori al PIL mondiale!).
In questo regime, negli anni buoni, il popolo potrebbe davvero risparmiare molto, ammucchiando parecchi soldi, ma quando negli anni cattivi cercasse di recuperarne il valore d’acquisto si accorgerebbe subito di non poterlo fare perché non esistono le merci corrispondenti a tanta potenziale domanda.
Nel “Sistema economico a misura d’uomo” si trova anche una spiegazione logica del fatto che nei sistemi capitalisti si alternano cicli di espansione e restrizione del credito. Infatti, finché esistono imprese in crescita con prodotti ad alto valore aggiunto, è possibile sostenere investimenti ben remunerati. Ma l’alto saggio di interesse attira molti investitori per una gran quantità complessiva di capitali, e questa grande offerta di denaro forza l’interesse ad abbassarsi. Non solo, molte attività imprenditoriali non reggono finanziamenti onerosi, per cui un sistema economico maturo richiederà, e insieme provocherà, un abbassamento dei tassi di interesse.  A questo punto molti risparmiatori cominceranno a ritirare soldi dal mercato (dato che il gioco non vale la candela) innescando la crisi da deflazione. I prezzi caleranno, perché si verificheranno le svendite per disperazione e i fallimenti, e si arriverà infine alla penuria di merci, che ne rialzerà i prezzi, permettendo ai produttori di pagare i finanziatori con interessi più alti e tutto il gioco riprenderà daccapo.
Questa alternanza di cicli, che alcuni analisti hanno attribuito alla malevola volontà dei banchieri di far sgobbare il popolino largheggiando nel credito per poi rilevare per un pezzo di pane ciò che la gente ha prodotto, ricattandola con la penuria di denaro, si spiega invece in modo naturale in base alle caratteristiche del sistema monetario (probabilmente sono vere entrambe le cose).
Merito indiscutibile di Gesell è quello di aver previsto i cicli, a partire da un difetto congenito della valuta in uso: cioè di essere, allo stesso tempo, mezzo di scambio e mezzo di risparmio, in piena contraddizione di funzioni perché ciò che si accumula non circola e ciò che circola non si accumula.
Pertanto, si può benissimo leggere la conclusione di Gesell, in riferimento a Warren Mosler anziché a Flurscheim ottenendo il periodo che segue.
Una riforma secondo la MMT potrebbe affermarsi e sostenersi solo e soltanto finché il saggio di interesse permanga tale da invogliare la gran massa dei risparmiatori a far circolare il suo denaro spontaneamente. Ma poiché non appena gli interessi cominciassero a scendere per la prima volta, e si evitasse la crisi con emissione di nuova valuta, essi andrebbero in progressiva flessione, alla lunga tale riforma non può che fallire, apportando drammatiche conseguenze, tra cui, per prima, lo screditamento della cartamoneta”.
Con questo si può concludere che la MMT non è moderna ma ha cent’anni, non è una theory ma una theorie (esposta da Flurscheim ne “Il problema economico e sociale”) e soprattutto non funziona.
Ciò non significa che sia bene sostenere lo status quo, o che la MMT sia peggiore del sistema attuale (peggio dell’euro è quasi impossibile!), anzi segnerebbe sicuramente un progresso rispetto alla finanza della BCE, così come la FIAT 1100 costituisce un progresso importante rispetto alla locomotiva a vapore.
Ma vale la pena promuovere la FIAT 1100, quando disponiamo della Ferrari?

Fonte: visto su STAMPA LIBERA del  14 marzo 2013

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