domenica 10 novembre 2013

COS’È IL POLITICALLY CORRECT?



Fine della  Neolingua non era soltanto quello di offrire un mezzo di espressione per la concezione del mondo e per le abitudini mentali proprie ai seguaci del Socing (socialismo inglese, NDR), ma soprattutto quello di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero.  Era sottinteso come, una volta che la Neolingua fosse stata definitivamente adottata, e l’Archelingua, per contro, dimenticata, un pensiero eretico (e cioè un pensiero in contrasto con i principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impensabile, per quanto almeno il pensiero dipende dalle parole con cui è suscettibile di essere espresso.(…) La parola libero esisteva ancora in Neolingua, ma poteva essere usata solo in frasi come “Questo cane è libero da pulci” oppure “Questo campo è libero da erbacce”.  Ma non poteva essere usata nell’antico significato di “politicamente libero” o “intellettualmente libero” dal momento che la libertà politica ed intellettuale non esisteva più, nemmeno come concetto, ed era quindi, di necessità, priva di una parola per esprimerla.
1984
(George Orwell)

E’ certamente un caso ma è interessante notare come dello stesso anno della Costituzione Italiana, il 1948, sia anche il romanzo Millenovecentoottantaquattro di George Orwell, nel quale, tra le altre cose, si ipotizzava un mondo in cui lo Stato avrebbe creato una nuova lingua che, a poco a poco, avrebbe sostituito quella vecchia. Termini dell’archeolingua (il vecchio inglese) come “libero” in neolingua si sarebbero potuti usare solo per “un campo libero da erbacce” ma mai in frasi come “libero pensiero”. Sarebbe stato assurdo dire “pensiero libero” quanto oggi dire “pensiero triangolare” o “pensiero azzurro”. La parola libero intesa come libertà individuale veniva invece semplicemente sostituita dalla parola psicoreato (reato del pensiero).


Come in Orwell il nuovo linguaggio delle masse occidentali, il linguaggio politically correct, letteralmente “corretto politicamente”,  viene introdotto lentamente nella società. Coloro che portano avanti questo processo possono essere identificati con gli intellettuali vicini al potere, l’intellighenzia di Stato, i burocrati. Non si tratta di un processo piramidale al cui vertice possiamo trovare un orwelliano Grande Fratello. Piuttosto, come lo stesso Orwell ci rivela nell’ultimo capitolo del suo libro, il Grande Fratello non esiste. Il Grande Fratello coincide con il sistema.

E’ così che vediamo questi intellettuali “abbassarsi” a frequentare trasmissioni televisive di basso profilo culturale (ma di grande ascolto) per insegnarci che esistono delle nuove parole per definire ciò che ci circonda, parole approvate dai burocrati di Stato, parole che, se usate, non danneggiano il prossimo.



Non si deve dire handicappato ma disabile. E poi diversamente abile. Non si dice negro ma nero. Poi di colore. Poi ancora afro. La burocrazia ci costringe dentro una ragnatela di termini fatti per annacquare, edulcorare, ammorbidire, rendere evanescenti i significati delle parole. E allora lo spazzino diventa un operatore ecologico, la scuola un istituto educativo, le tasse sul televisore diventano un canone di abbonamento. Sono parole nuove che implicano dentro di sé il significato e che rendono impossibile le contestazioni.

Se volessimo sostenere un concetto come “la scuola non è educativa” oggi abbiamo ancora il modo per esprimerlo. Ma domani? Avrebbe senso dire “L’istituto educativo non è educativo” ?
 Se vogliamo dire “Questo handicappato non è abile al lavoro” oggi lo possiamo ancora dire. Ma domani potremo forse dire “Questo diversamente abile non è abile al lavoro” ? 
Come si fa a sostenere che “I lavori socialmente utili sono inutili” se la definizione di utile l’ha già data qualcun altro per conto nostro, incorporandola nel sostantivo?
Come possiamo dire che secondo noi la funzione del carcere non è di rieducare ma di obbligare il detenuto a risarcire se questo viene chiamato “istituto correttivo” e non più “carcere”?




Non è più possibile avere opinioni proprie. Queste vengono giudicate al pari dei comportamenti. Ad esempio il mandato di cattura europeo contempla razzismo e xenofobia come reati, intendendo per razzismo e xenofobia “il convincimento che una persona sia diversa da un’altra in quanto appartenente ad un dato gruppo etnico, religioso o sociale”.
Al di là del fatto che xenofobia, proprio in quanto fobia, è una malattia psicologica e non un reato, leggi del genere fanno sì che una persona possa essere incriminata solamente per aver espresso la sua opinione senza aver mai aggredito nessuno o, se un giorno inventassero una macchina per leggere il pensiero, addirittura solamente per il fatto di aver pensato in modo razzista.

Il politically correct è forse l’arma più sottile della macchina Stato, un’arma surrettizia che giorno dopo giorno, tramite le modifiche del linguaggio, ci priva della possibilità di difenderci.
E se il politically correct è l’arma dello Stato, il mezzo, la mano che la stringe, è l’educazione civica.



Fonte: visto su FRONT PAGE del  15 marzo 2013
Link: http://www.thefrontpage.it/2012/03/15/cose-il-“politically-correct”/




POLITICALLY CORRECT





di Rita Fresu


1. Definizione e origini

L’espressione angloamericana politically correct (in ital. politicamente corretto) designa un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone. Secondo tale orientamento, le opinioni che si esprimono devono apparire esenti, nella forma linguistica e nella sostanza, da pregiudizi razziali, etnici, religiosi, di genere, di età, di orientamento sessuale o relativi a disabilità fisiche o psichiche della persona.

L’attenzione a tali tematiche ebbe origine negli Stati Uniti d’America, da dove si diffuse nel resto del mondo occidentale. Nata negli ambienti della sinistra negli anni Trenta del Novecento, amplificata dai moti sessantottini e adottata dagli orientamenti liberali e radicali, essa assunse dimensioni significative sul finire degli anni Ottanta, quando diventò una corrente d’opinione basata sul riconoscimento dei diritti delle culture e mirante a sradicare dalle consuetudini linguistiche usi ritenuti offensivi nei confronti di qualsiasi minoranza (fu allora, ad es., che Afro-american sostituì black, nigger e negro per designare i neri d’America).

Per disciplinare il comportamento linguistico, anche in risposta all’intensificarsi di episodi di razzismo, furono stilati in università americane regolamenti di condotta verbale (i cosiddetti speech codes) volti a scoraggiare l’uso di epiteti ingiuriosi e offensivi (Arcangeli 2001: 286-287).

Malgrado gli ideali egualitari e progressisti che lo hanno animato, il politically correct ha sollevato numerose polemiche (cfr. Fabbri 2004; Canobbio 2009).  Lo si accusa infatti di conformismo linguistico e di tirannia ideologica che limita la libertà d’espressione. Si sostiene che, col pretesto di rivendicare ideali di giustizia sociale, il politicamente corretto si limita in realtà a intervenire sulla forma (ossia la lingua) piuttosto che sulla sostanza dei problemi, contribuendo ad alimentare una nuova ipocrisia istituzionale (Canobbio 2009: 39).
Le scelte linguistiche imposte rappresentano spesso una versione nobilitata dell’eufemismo che tende a occultare contenuti sgradevoli; si vedano, ad es., in resoconti mediatici sulla guerra, le locuzioni danni collaterali (collateral damages) per «strage di civili», neutralizzare il nemico per «uccidere», guerra preventiva per «aggressione militare» (cfr. Arcangeli 2001: 290; Canobbio 2009: 40-41); o l’impiego di termini neutri come harvest «raccolto» con riferimento alla mattanza dei tonni sulle etichette dello scatolame di aziende americane (Arcangeli 2001: 291). Chi, invece, adotta i presupposti ideologici del politically correct ribadisce l’intento di tale orientamento di stabilire regole preliminari per una discussione civile dei problemi, senza la pretesa di risolverli (Colombo 2005).

2. In Italia

In Italia il politicamente corretto, pur non avendo raggiunto il livello della obbligatorietà regolamentare, ha nondimeno causato un generale mutamento di sensibilità linguistica e contribuito a codificare stili collettivi di comportamento linguistico, sfumando in alcuni casi anche nell’interdizione (Canobbio 2009). A evitare moduli offensivi o sgradevoli si arriva infatti attraverso diverse strategie verbali, alcune tradizionali, come gli slittamenti attenuativi mediante varie figure retoriche (meccanismi a cui spesso ricorre appunto l’eufemismo; cfr. Galli de’ Paratesi 1964; ➔ mitigazione; ➔ tabu linguistico), altre apparentemente più innovative, come l’abuso di linguaggio tecnico e l’impiego eufemistico dell’inglese (Canobbio 2009: 43).

In alcuni ambiti specifici si è quindi sviluppata la revisione di talune denominazioni. Nel campo medico-sanitario si tende ad attenuare la connotazione legata alla sofferenza utilizzando vocaboli come assistito piuttosto che paziente, e a bandire termini che alludono direttamente a menomazioni, mediante litoti (come non deambulante per para- o tetraplegico, non udente per sordo, non vedente per cieco) o locuzioni attenuative (come portatore di handicap, in luogo dei più connotati handicappato, minorato, invalido; o come l’anglicismo disabile, e recentemente diversabile, ottenuto dalla locuzione diversamente abile; Aprile 2005: 65).

Simili designazioni suscitano però spesso riserve e rifiuti da parte dei diretti interessati, che le percepiscono come segni di una ipocrisia linguistica dietro la quale si cela, piuttosto, il disinteresse degli enti di tutela.

Tali espressioni vengono inoltre ritenute ancora più discriminanti perché di norma adottate senza che le categorie stesse siano interpellate.

Sostituzioni lessicali si hanno anche nel campo dei nomi di etnie, minoranze e gruppi religiosi: com’è il caso di nero o di colore preferiti a negro, che evoca un passato coloniale fatto di soprusi e sopraffazioni (Faloppa 2000: 79-110; 2004: 114-124), oppure della tendenza a evitare alcuni insulti o espressioni colorite di timbro popolare, evocanti etnie: beduino per «persona rozza e incivile» ed ebreo per «avaro, tirchio».
Anche nell’ambito degli orientamenti sessuali la tabuizzazione ha agito sostituendo forme percepite come politicamente scorrette con termini neutri, come, ad es., l’ormai diffusissimo gay che sostituisce appellativi, spesso spregiativi, riservati agli omosessuali.
E ancora: sul piano economico e sociale i paesi del terzo mondo sono denominati in via di sviluppo, la ottimizzazione delle dimensioni aziendali o la ridistribuzione delle risorse umane sostituiscono il licenziamento di massa, le categorie svantaggiate come i poveri sono designate non abbienti, imprenditori si preferisce a padroni.

3. Lavoro e genere

Particolarmente produttiva è la sfera semantica legata al mondo del lavoro, in cui la ristrutturazione formale delle denominazioni di mestieri riflette in molti casi gli effettivi mutamenti che le professioni hanno subito e dunque rappresenta anche una riqualificazione professionale, connessa a «una rivalutazione e all’autocoscienza del proprio ruolo nella società di oggi» (Aprile 2005: 65): addetto cimiteriale per becchino, panificatore per fornaio, le molte locuzioni aventi per testa operatore: operatore agricolo per contadino, operatore ecologico per netturbino (sostituto a sua volta di spazzino), operatore sanitario per infermiere, operatore o collaboratore scolastico per bidello o custode, e così via.

Una specifica applicazione del politicamente corretto è rappresentata dall’eliminazione di vocaboli ed espressioni che rappresentano il «perenne occultamento linguistico della donna» (Baroncelli 1996: VII; ➔ genere e lingua). In Italia (come altrove) la critica del sessismo, sviluppatasi nel contesto di una linguistica femminista militante, ha rappresentato uno dei momenti attraverso cui si è sviluppata la riflessione circa il rapporto tra genere e lingua (cfr. Fresu 2008).
Il tema ha goduto, intorno alla metà degli anni Ottanta, di un appoggio governativo ufficiale, che è confluito, concretamente, nei tentativi di riforma proposti da Alma Sabatini (1986, 19932). La studiosa curò la stesura di un documento, Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, promosso dalla Presidenza del Consiglio e dalla Commissione per la parità e per le pari opportunità (istituita dal governo allora in carica). L’intervento, denunciando i residui ideologici di stampo androcentrico, metteva in luce gli aspetti più discriminanti nei confronti della donna nel sistema della lingua italiana, e proponeva in appendice una serie di suggerimenti mirati appunto a eliminare le dissimmetrie, talvolta rafforzate anche dalla scuola, più esplicitamente sessiste.

Tra le Raccomandazioni è la proposta di evitare il maschile non marcato, e quindi la preferenza per locuzioni come i diritti della persona o diritti umani e non i diritti dell’uomo; di eliminare l’articolo davanti ai cognomi di donna, quindi Hack e non la Hack, così come Rubbia e non il Rubbia ( nomi propri); di abolire signorina e signora quando è possibile usare un titolo professionale; di utilizzare il femminile di nomi professionali o di cariche, come, ad es., la vigile, la sindaca, evitando il suffisso -essa, in molti casi ancora negativamente connotato (avvocatessa, presidentessa); di accordare il genere degli aggettivi e dei participi con quello dei nomi che sono in maggioranza (Roberta, Monica, Antonio e Laura sono partite, anziché partiti) o in caso di parità con l’ultimo nome (Luca, Paolo, Eva e Sandra sono arrivate, anziché arrivati).

Sebbene per più aspetti poco condivisibili, e di fatto scarsamente sostenute da studiosi e intellettuali, le proposte di Sabatini ebbero importanza nel sottolineare l’esigenza di un adeguamento della lingua a mutamenti della società italiana, come quello dell’emancipazione femminile e dell’uguaglianza tra i sessi. Negli anni alcuni dei suggerimenti avanzati nelle Raccomandazioni sono gradualmente penetrati nell’uso, come l’eliminazione dell’articolo davanti ai cognomi di donna e l’impiego, moderatamente in aumento, di nomi professionali o di cariche come avvocata, ingegnera, ministra.

Studi

Aprile, Marcello (2005), Dalle parole ai dizionari, Bologna, il Mulino.
Arcangeli, Massimo (2001), La lingua imbrigliata. In margine al politicamente corretto, «Studi di lessicografia italiana» 18, pp. 285-305 (rist. con il titolo Globalizzazione e pensiero unico: il «politically correct», in Id., Lingua e società nell’era globale, Roma, Meltemi, 2005, pp. 125-153).
Baroncelli, Flavio (1996), Il razzismo è una gaffe. Eccessi e virtù del «politically correct», Roma, Donzelli.
Canobbio, Sabina (2009), Confini invisibili: l’interdizione linguistica nell’Italia contemporanea, in La lingua come cultura, a cura di G. Iannàccaro & V. Matera, Torino, UTET, pp. 35-47.
Colombo, Furio (2005), America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush, Milano, Baldini Castoldi Dalai.
Fabbri, Paolo (2004), Segni del tempo. Un lessico politicamente scorretto, Roma, Meltemi.
Faloppa, Federico (2000), Lessico e alterità. La formulazione del diverso, Alessandria, Edizioni dell’Orso.
Faloppa, Federico (2004), Parole contro. La rappresentazione del «diverso» nella lingua italiana e nei dialetti, Milano, Garzanti.
Fresu, Rita (2008), Il gender nella storia linguistica italiana (1988-2008), «Bollettino di italianistica» 5, 1, pp. 86-111.
Galli de’ Paratesi, Nora (1964), Semantica dell’eufemismo. L’eufemismo e la repressione verbale con esempi tratti dall’italiano contemporaneo, Torino, Giappichelli (rist. con il titolo Le brutte parole. Semantica dell’eufemismo, Milano, Mondadori, 1969).
Sabatini, Alma (1986), Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana. Per la scuola e l’editoria scolastica, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato - Libreria dello Stato; Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Sabatini, Alma (19932), Il sessismo nella lingua italiana, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri (1a ed. 1987).







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