venerdì 28 novembre 2014

PERCHÉ NON INSEGNANO AI NOSTRI FIGLI LA STORIA LOCALE?




di Diana Ceriani

Ragionate con me: nelle Scuole si insegna la grande storia, quella degli eroi, e dei farabutti, quella delle guerre, le vittorie e le tremende sconfitte, quella delle rinascite, delle carestie, degli infiniti errori politici e delle grandi idee sviluppate o spesso dimenticate.
Nelle Scuole, quindi, si insegna solo il lato eclatante della vita, il comportamento di pochissimi individui su milioni di individui che invece la storia l'hanno subita, senza possibilità di scelte e decisioni.
Chi studia questo tipo di storia non capirà mai il perché e come siamo arrivati fino ad oggi, e, questo tipo di storia, non svelerà mai tra le sue righe le implicite soluzioni ai secolari problemi che l'essere umano ha trasportato, suo malgrado, subendo le scelte degli eroi e anche dei farabutti.

Ciò che non viene insegnato, è la storia popolare, quella della gente comune, che poi è l'adattamento avvenuto di conseguenza alla grande storia. Per poter portare tra i banchi tale memoria, bisognerebbe fare lunghe ricerche locali, perchè ogni terra vissuta, si è adattata ai grandi eventi a seconda delle sue caratteristiche e delle sue possibilità. In Lombardia, per esempio, si studierebbe partendo dagli inequivocabili segni di un antico mare, poi ritiratosi lasciando il posto ad animali come il Besano sauro, le prime abitazioni dell'uomo sono state le palafitte essendo la nostra una terra ricca di laghi, l'alimentazione era povera, le coltivazioni erano più ricche in soleggiate zone di pianura, più scarne in montagna.

Eravamo un popolo di coltivatori ed allevatori che hanno saputo sfruttare le qualità della nostra terra conoscendola e vivendola. Inequivocabili segni di malattie e carestie si possono notare ancora nei nostri Paesi storici, ove la peste fece ergere archi per dividere il popolo sano da quello malato, poi ci furono le guerre, le distruzioni e la conseguente benedizione di prodotti tipici abbondanti che hanno fatto sopravvivere il nostro popolo come le castagne, il mais, la lavorazione particolare del latte..... poi ci fu il tempo delle rinascite, come quella recente industriale che il nostro operoso popolo non si fece sfuggire togliendo purtroppo l'uomo dalle campagne e dalle conoscenze e sapienze agricole, oltre che dai ritmi naturali.
Qui ora ho fatto davvero un minimale esempio di ciò che dovrebbe essere approfondito nelle Scuole. Una storia locale e nostra, che racchiude in se la soluzione a molti problemi e svelerebbe un futuro da vivere pienamente e con consapevolezza.
Perché la storia si ripete. Dopo essere stata tagliata, l’erba ricresce. Sempre.

Diana Ceriani



Ode ad uno dei tanti oggetti dimenticati che hanno fatto la nostra storia agricola e campestre:


LA RANZA




Sevi drè pensà al so zifulà
Zifulà sturno che in d’un boff lüsent
A ranza via tuscoos in un mument
Prima un batt la lama fregia
che la sa scalda duprada e vegia
pö cunt ur cudee ga fan la cara
e ur cudè in d’un cornu d’aqua sa sara
ur vent ma vüta a scandì ur temp e taas
e ur silenzi ma mett in paas
un mument pien de puesia
al taia giò l’erba de cà mia
e ur prüfüm de fen ‘n’ammò secaa
intant ca lauri m’ha cunquistaa
cunt brasc e pasiensa in ‘na giurnada
l’erba p’ai besti l’hu taiada
l’è ura de metala in d’un cuvun
e fala saltà par fala secà
ciapi la ranza, la meti in su i spall
e vo a cà cunt ur cudèe in ra cinta
anca incö hu finì de laurà
g’ho da meritam ‘na bela pinta .




Fonte: da STAMPA LIBERA del 28 ottobre 2014


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