domenica 10 maggio 2015

STORIA VENETA - 16: 903 - LA DISFATTA DEGLI UNNI AD ALBIOLA. AFFRONTATI IN LAGUNA VENGONO DISPERSI



Dal testo di Francesco Zanotto


" ... Le flottiglie partirono da Rialto, ed a voga arrancata si diressero alla volta di Malamocco. Incontrarono gli Unni poco lungi dal porto di Albiola, e tostamente gli assalirono. Si diè inizio alla zuffa con uno scagliare di frecce continuo da una e dall'altra  parte, e sì che parea grandine che dall'alto e da' fianchi piovesse: ma ben tosto lo agitarsi delle acque per la moltitudine dei remi che le' fendevano, fu ostacolo gravissimo a' barbari, usi a combattere sul sodo terreno, le loro barchette leggerissime ondeggiano sull'agitato elemento ... "


ANNO 903


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri


L'orda unna cala in Italia del Nord ma viene affrontata nei canali della laguna dalla flottiglia veneziana che ha buon gioco nell'assalto ai leggeri legni degli invasori. La sconfitta patita dagli Unni è grave ma dimostra anche la vulnerabilità della città lagunare a cui i canali non sono più sufficienti per una efficace difesa militare ...


16 - LA SCHEDA STORICA


Alla fine del IX secolo l'intera Europa post-carolingia precipitava in un baratro di guerre feudali dalle quali usciranno nuovi assetti ed entità politico-geografiche. Come già era accaduto in passato, la mancanza di unità, l'assenza di una figura imperiale e la conseguente debolezza delle singole regioni, facevano dell'Europa una facile preda per le popolazioni confinanti o che comunque premevano tanto al nord quanto all'est dei confini.
Dall'antica Pannonia - all'incirca l'attuale Ungheria -, dove si erano stanziati dopo aver varcato i Carpazi per sfuggire alla pressione dei Bulgari, alla fine del IX secolo muovevano gli Ungari alla volta dell'Italia e della Sassonia.  Nell'899 erano già nel cuore del Veneto sconfiggendo re Berengario sul fiume Brenta.
Il varco per la pianura Padana era così aperto e la cavalleria magiara poteva tranquillamente scorrazzare e razziare le campagne e le città senza trovare particolari ostacoli in grado di arginarne la furia e l'ondata devastatrice. Pavia. Milano, Bergamo, Brescia, e poi ancora nel Veneto, Padova, Treviso e Vicenza conobbero i ripetuti assalti delle bellicose tribù ungariche che agli inizi del X secolo arrivarono a minacciare la stessa Venezia lagunare.
Il doge Pietro Tribuno, aveva tuttavia  già provveduto nell'897, rivelando uno straordinario spirito premonitore, a far fortificare le principali isole realtine.  Una estesa muraglia venne eretta dall'imboccatura del canale che scorreva presso l'isola di Olivolo-Castello, alla chiesa di S. Maria Zobenigo.  Una grossa catena poi, dall'estremità della muraglia alla chiesa di S. Gregorio, sbarrava l'accesso ad ogni imbarcazione.  Le popolazioni lagunari erano pronte a respingere l'ondata nemica che attaccò le isole da occidente e da sud.
Le difese approntate dal doge nel cuore di Venezia, non impedirono purtroppo il saccheggio e la distruzione di molti centri dell'immediato entroterra e della fascia litoranea. Cittanova-Eraclea, Jesolo (Equilo), Cavarzere e Chioggia vennero così brutalmente aggredite e devastate mentre analoga sorte subivano anche i lidi meridionali.
Da Chioggia devastata, gli Ungari si stavano portando verso le isole di Rialto e Malamocco, risalendo il litorale dove non trovarono alcuna resistenza.
Stanziati presso il porto di Albiola, gli invasori si apprestavano a proseguire la loro pericolosa e minacciosa avanzata all'interno della laguna dove per circa un anno vagarono riuscendo infine a costruirsi una piccola flotta fatta di leggere imbarcazioni ricoperte di pelli animali simili a quelle adoperate per la navigazione del Danubio. Ma la laguna non era il grande fiume e ben diverso era l'ambiente naturale, oltre che l'entità dell'impresa, che attendeva i cavalieri ungari. Come quasi tutti i popoli provenienti dalle lontane regioni orientali, anche gli Ungari erano infatti degli abili cavalieri a cavallo, ma meno avvezzi alle battaglie marittime nelle quali, ormai, i Veneziani erano invece diventati abilissimi.
E così il doge Pietro, radunata la flotta a Rialto e rinfocolato gli animi dei guerrieri ricordando la grande vittoria dei Veneziani sui Franchi di Carlo Magno, salpava alla volta del porto di Albiola.
Lo scontro ricercato e temuto, divenne così necessario ed inevitabile. La battaglia sin dall'inizio non lasciava dubbi circa l'esito finale, con una netta prevalenza dei Veneziani sul nemico.  Le leggere imbarcazioni dei 'barbari" instabili sulle acque appositamente agitate dai remi di quelle veneziane, non potevano reggere a lungo il confronto. Alla fine le perdite di uomini e barche da parte degli Ungari, furono enormi.
Chi poteva cercava scampo raggiungendo in qualche modo la riva, per gli altri il destino era segnato nelle acque e nelle paludi lagunari. La sconfitta risultò talmente grave che gli Ungari si guardarono bene dall'attaccare nuovamente Venezia nel corso delle loro periodiche scorrerie nell'entroterra veneto e padano che cessarono definitivamente solo molti anni dopo grazie all'intervento risolutore di un nuovo, grande imperatore, Ottone I.
Per Venezia e la sua laguna il pericolo era intanto stato nuovamente allontanato e già si pensava a sanare i danni subiti nel corso delle scorrerie magiare. Tuttavia, la nuova invasione non poteva non aver sollevato, pur nel positivo esito finale, dei seri problemi sui quali l'intera comunità lagunare si ritrovò ben presto a dover riflettere.
Ancora una volta, cioè, un esercito nemico era riuscito a penetrare nella laguna fino ad arrivare a minacciare il cuore politico e commerciale dell'intera comunità. Evidentemente le sole barriere naturali sulle quali da sempre avevano contato le popolazioni delle isole, non erano più sufficienti da sole, a tutelarli dalle invasioni di popoli stranieri. Cresceva così il timore e l'evidenza della loro insufficienza e con essa la convinzione sulla necessità di dotare di più sicure e robuste difese l'intera area. In questa occasione erano bastate ancora le virtù e la volontà dei difensori e il disordine e l'incapacità degli assalitori, ma ormai Venezia aveva dimostrato tutta la sua vulnerabilità che presto si sarebbe nuovamente resa evidente in un'altra particolare, pericolosa circostanza.


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  1, SCRIPTA EDIZIONI





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