mercoledì 8 giugno 2016

TUTTO CIÒ CHE SAI SU JESSE OWENS E HITLER È FALSO


Jesse Owens e Adolf Hitler in un fotomontaggio


La storia si sa, la scrivono i vincitori. Anche quella delle Olimpiadi. E così fino ad oggi tutti quanti (o quasi) abbiamo dato credito alla storiella di Hitler, cattivissimo cancelliere nazista razzista, che si rifiuta di stringere la mano al povero “negro” Jesse Owens, reo di aver rappresentato il “mondo libero” e di aver fatto incetta di medaglie alle Olimpiadi di Berlino del ’36, quelle di Olympia della Riefensthal e della celebrazione della grandezza del Terzo Reich.

Oggi questa storiella strappalacrime probabilmente affollerebbe i social network, per poi essere derubricata a “bufala”.
Purtroppo invece ce la siamo dovuta sorbire per ottanta anni, nonostante lo stesso Jesse Owens abbia smentito il fatto nella sua autobiografia del 1970: Dopo essere sceso dal podio, passai davanti alla tribuna d’onore per tornare negli spogliatoi. Il Cancelliere mi fissò. Si alzò e mi salutò con un cenno della mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Giornalisti e scrittori dimostrarono cattivo gusto tramandando un’ostilità che, di fatto, non c’era mai stata“.

Dichiarazioni del diretto interessato che non vennero però prese sul serio nemmeno negli Usa, dove le leggi razziali erano state abolite solo da pochissimi anni e alle parole di quel “negro” forse non si dava peso. 


Fatto sta che c’è voluto Race, un film in uscita il 19 febbraio negli Usa e prodotto con la collaborazione della figlia dell’atleta afroamericano, Marlene Owens Rankin, per fare luce su quella che è la verità storica. 

Mio padre non si è mai sentito snobbato da Hitler”, spiega Marlene Owens, “ma fu profondamente ferito dal fatto che Franklin Delano Roosevelt, il presidente americano dell’epoca, non l’avesse ricevuto alla Casa Bianca”.  Una realtà con la quale gli americani hanno difficoltà a fare i conti.

Ad Owens venne infatti programmato e sempre rinviato l’incontro con il democratico Roosvelt, il quale, impegnato nella campagna elettorale del ’36, non aveva nessuna intenzione di incontrare un “negro” e rischiare così di perdere voti. Tanto che Owens arrivò ad iscriversi al partito repubblicano e a fare campagna per l’avversario del presidente, Alf Landon.

Forse Race, con la potenza visiva propria del cinema, sarà in grado di mettere definitivamente la parola fine a questo falso storico, per il quale non sono bastate le parole del diretto interessato né le ricostruzioni di alcuni giornalisti come il tedesco Siegfried Mischner, che pochi anni fa raccontò come lui stesso vide Hitler stringere la mano ad Owens: “Jesse aveva portato un fotografo e, dopo l’Olimpiade, chiese alla stampa di correggere un errore che si sarebbe trascinato fino ai giorni nostri.  
Nessuno gli diede retta”. Nell’America razzista degli anni successivi alla guerra le parole di quell’afroamericano valevano comunque meno di quelle di un bianco. E così gli Usa umiliarono il proprio campione, non credendogli e relegandolo a fenomeno da baraccone, in quelle corse in cui Owens correva contro animali e cavalli da corsa.

Cose di cui si parla poco, come delle Olimpiadi di Sant Louis del 1904, dove gli americani si divertirono ad organizzare i “Giochi delle razze inferiori” meglio conosciuti come “giornate antropologiche”, in cui ci si divertiva a veder gareggiare pigmei, eschimesi, indiani d’America.
Un’altra bellissima pagina scritta dai nostri “vincitori”. Ma le bugie hanno le gambe corte, anche se la verità per venir fuori deve aspettare ottant’anni. 


Fonte: srs di Davide Di Stefano   da Il primato Naionale del 2 gennaio 2016     

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