mercoledì 28 marzo 2018

ROSA


 


Ah, non ci sono più le donne di servizio d'una volta!

 O la nostra famiglia è stata sfortunata oppure quelle del giorno d'oggi, secondo mia moglie, se non sono controllate a vista, oltre a far poco o nulla, rubano.

 E' inutile ora far un triste elenco degli oggetti e dei soldi che sono mancati. D'altronde, abitavamo in un appartamento grande, con tre figli che andavano a scuola, mentre io e mia moglie eravamo impegnati nei rispettivi negozi, quindi non potevamo seguirle o far da guardia. Tuttavia, lasciatemi raccontare ciò che ha rubato l’ultima donna che abbiamo avuto. Non saprei se c'è da ridere o da piangere. Ditemelo voi!

 Essendo in cinque a tavola, andavo con Teresa a comprare la parte posteriore d’un quarto di manzo da Armido a Brognoligo, una frazione di Monteforte d’Alpone. Il macellaio tagliava la bestia a pezzi e li metteva in appositi sacchetti adatti per il freezer. Mia moglie s’accorse che la carne diminuiva più di quanto se ne consumasse. Nonostante non fosse il momento più adatto, visto che nel freezer era rimasto ben poco, prese nota del numero dei sacchetti rimasti con la Gelmina, nostra fedele stiratrice da più di vent’anni. Ebbene, il giorno dopo che la donna era venuta in casa, s’erano volatilizzati due sacchetti di ossi da brodo. Roba da non credere: un paio di sacchetti di ossi! Qualunque commento è superfluo, anche se qualcuno può pensare: “Poverina, non la pagavano e l’avevano ridotta alla fame”. V'assicuro che non eravamo ancora precipitati nei tempi poco felici del giorno d’oggi. Ma veniamo alla nostra Rosa, l’unica che non rubava, anche se in compenso beveva, e di tutto beveva.  

 Per fortuna, ce l’aveva consigliata il prete della nostra parrocchia. Meglio di così! si doveva per forza andare sul sicuro. L’aveva presentata come una donna di casa, abbandonata dal marito e bisognosa d’aiuto. Scacciata dal marito di sicuro, ma che avesse bisogno d’aiuto c’era da dubitarne, essendo la ex moglie di un facoltoso e ricchissimo viticoltore della nostra Valpolicella che le doveva un milione di lire al mese, anche se questo spesso non veniva onorato. 

 Ma perché ora dovrei scrivere ch’era troppo buona o generosa, quando non era affatto vero? Quello che c’è da dire, lo si deve dire. Non dava valore al denaro. E non mi si venga a dire che questa è bontà, visto che l'estrema bontà come la saggezza hanno la stessa faccia della stupidità.

 Sul metro e settanta, sotto i cinquant’anni, magra, d’una magrezza quasi da anoressica, piatta e senza culo, capelli castano scuri e che avevano visto raramente la mano del parrucchiere, sempre in jeans e camicetta o in maglione a seconda delle stagioni … Ho capito: volete sapere com’era di viso? Beh! Quando era libero da ematomi per le percosse che spesso prendeva, oppure non era alterato dalle sbronze perenni che si portava dietro, poteva essere anche passabile. La puzza di vino però non l’abbandonava mai, anche se qualche volta poteva averne bevuto solo qualche goccio.

 Mia moglie, oltre all’usta che lasciava dietro di sé, s’accorse ben presto di tanti piccoli difetti, e per un po’ di tempo pazientò. Un giorno, giunta al limite della sopportazione, si confidò. Mi raccontò che in casa faceva ben poco, che mancava il vino e che la vetrinetta degli alcolici si svuotava. Che fare? Commisi l'errore di prenderla nel mio negozio come donna delle pulizie, pensando che almeno in quelle poche ore non avrebbe potuto bere.

 Quando in bottega entrava qualche cliente, per evitare tristi figure le ordinavo di andare a pulire il cesso, oppure nel sottonegozio che fungeva da magazzino e laboratorio. A volte, era talmente piena che non credo se ne rendesse conto del motivo per cui l'allontanavo. Veniva tre volte alla settimana per un paio d’ore, ma erano più le volte che rimaneva a casa. Ammalata? Macché! …  Scivolava, e con l’occhio sinistro andava sempre a sbattere contro gli spigoli del frigo o contro le ante della cucina, a sentir lei.

 Una mattina, un po’ prima delle dieci, spuntò dal sottonegozio e barcollando s’appoggiò a una vetrinetta. Smorta come un cadavere, con due calamari viola sotto occhi spenti e stralunati, con la lingua impastata borbottò:

 - Sto male!

 - Lo vedo e ti credo: sei ubriaca!... Va’ pure a casa!

 Un paio di settimane dopo mi chiese come mai la tenessi ancora.

 - E se ti mando via io, chi è che ti prende? – le risposi.

 - È per controllarmi, che mi ha tolto da casa sua?

 - Vedi un po’ tu!

  E non seppe trattenere un paio di lacrimoni.

 Quando al mattino spolveravamo il negozio, svuotava il sacco e mi riempiva dei suoi guai. Mi raccontava delle figlie, dei sacrifici, dell’aiuto che aveva dato per far crescere l’azienda di famiglia, e  anche delle botte che aveva preso dall’ex marito e da tutti gli altri uomini che ebbe dopo. Era stata più volte dai Carabinieri a cantar qualcosa, senza però concludere mai nulla; anzi, la consigliavano di ritirare le denunce.

 S’era affezionata e si fidava a tal punto che, una volta, voleva che le custodissi venti milioni di lire che provenivano dalla vendita d’un appartamento ch’era stato di sua madre. Le dissi che non potevo farlo, che per la Finanza non potevo giustificare quella somma anche se le avessi firmato una carta come ricevuta che, a dir il vero, lei poi non pretendeva. Era così ingenua da fidarsi di tutti. Le consigliai di portarli in banca, oppure di farsi fare un assegno circolare o un libretto a lei intestato, e di farne una fotocopia. Seguì il consiglio ringraziandomi qualche giorno dopo con una scatola di cioccolatini.

 Non solo s’era affezionata, credo che non le dispiacessi, visto che dopo una settimana che aveva scacciato il moroso (non posso scrivere compagno o amante perché lei lo chiamava moroso), in un momento d’affetto mi stampò sul collo un bacio che aveva il sapore d’un invito. Fortuna volle che feci finta di niente.

 Non so cosa raccontasse a casa, ma un giorno mi piovve in negozio quel troglodita del suo moroso che, morso dalla gelosia, dopo avermi fatto una scenata, minacciò me e la mia famiglia. Di conseguenza, le spiegai che non potevo  tenerla oltre, e a malincuore la lasciai a casa.

 Di quella donna, magra come un chiodo, non bella, pregna di vino, sensuale nonostante non possedesse nulla di attraente, e che aveva fatto ingelosire tutti gli uomini che aveva amato, ne ho un ricordo triste. Solo una volta ho riso con lei. E val la pena che ve lo racconti.

 Dopo una settimana di assenza per malattia, arrivò in negozio con l’occhio e la guancia che portavano ancora i segni d’un incontro ravvicinato. Come saluto di benvenuta, mi sfuggì di chiederle: 

 - Dime, Rosa! Ma cosa ghe feto ai to’ omeni che i te maca semper, invece de gusarte?(1)

Si mise una mano sulla bocca e incominciò a ridere, e a ridere così di gusto che, alla fine, risi anch’io.



  (1) Dimmi, Rosa! Ma cosa fai ai tuoi uomini che ti picchiano sempre, invece di fotterti?



Fonte: srs di Enzo Mondi del  21 ottobre 2013


venerdì 23 marzo 2018

TONI GUSSA

L'autoscuola di via venti settembre 



Toni è stato l’ultimo indimenticabile amico. 

 Più vecchio di me d’un paio d’anni, privo della nobile pancetta che il bere e l'età procurano alla maggior parte di noi uomini, aveva un aspetto giovanile: non dimostrava la sua età o li portava bene, come si suol dire. Anche se sugli anni rubava più delle donne.

 Credo d’averlo mai visto sbracciato o con i capelli fuori posto. Sempre in giacca e cravatta, calzando scarpe che più lucide non si poteva. Vestiva alla vecchia, con toni grigi o blu. L’unico tocco un po’ moderno glielo davano i jeans. Mascherava le calvizie con capelli cotonati, laccati e riportati. Credetemi! C’era un lavoro di pettine e specchio non indifferente. Sul metro e settanta, capelli neri (i pochi rimasti), occhi scuri, carnagione olivastra, sempre sbarbato, naso camuso, labbra carnose,   voce afona, sembrava un terroncino (1) più che un padovano. D’altra parte, come poteva chiamarsi un padovano se non Toni? 

 Ma Antonio non era il suo vero nome: per l’anagrafe era  Egidio, mentre la moglie lo chiamava Maurizio, e chissà quanti altri nomi aveva dato in giro. Per noi amici e per il grande pubblico, era comunque Toni: Toni Gussa.(2) Eh, sì! Si vantava di saper fare all’amore. Raccontava che le sue stecche(3) duravano dalle tre alle quattro ore. E noi, da buoni amici, gli rispondevamo che se ne avesse fatte un paio, la femmina, dopo tanta goduria o tanto lavoro, doveva chiedere un giorno di riposo. Esagerava forse, ma qualcosa di vero ci doveva pur essere per il successo che otteneva.

 Visto che l’ho frequentato per tanto tempo, a malincuore devo ammettere che per lui le donne erano tutte uguali. Giovani o vecchie, magre o grasse, belle o brutte: tutte uguali. Lo ripeto: non ne percepiva la differenza. Erano donne. E teneva lo stesso atteggiamento con tutte, senza distinzione. Oltre ai modi gentili, le contornava di complimenti e, come ultimo atto, le invitava a bere qualcosa. Se rifiutavano, aveva sempre pronto dei cioccolatini da offrire quando non aveva a portata di mano un fiorista. Un’adulazione considerata dalle più sofisticate untuosa, ma non così ripugnante, anche perché alcune ci cascavano. 

 Spesso, non si rendeva conto d'essere un nonno, e m’irritava quando non capiva che alcune erano troppo giovani. A volte, il loro imbarazzo o le loro risposte avrebbero fatto vergognare chiunque, mentre lui quei rimbrotti li inghiottiva come se nulla fosse. Non capiva, o se capiva, faceva finta di niente.

 Altra passione di Toni era la musica. Sapeva strimpellare un po’ il pianoforte e voleva cantare a tutti costi senza avere una gran voce. Abbastanza intonato, anche se spesso non ricordava tutte le parole delle canzonette, a bassa voce si riduceva a imitare Fred Bongusto, accontentandosi di qualche applauso da parte di chi non lo conosceva, e dei fischi e delle ingiurie di noi che non lo volevano sentire. 

 Ma veniamo al giorno che appresi d'una sua avventura galante senza che lui m’avesse confidato alcun che.

 Una sera, andando a cena con Loriano e con il suo amico architetto che guidava l’automobile, all’altezza di Porta Vescovo vidi Toni e, battendo sul finestrino, cercai di richiamarne l’attenzione. L’architetto mi chiese chi volessi salutare e io risposi:

 - Toni Gussa.

 - È un nome che ho già sentito.

 - Per forza: è il più grande seduttore della zona,- con enfasi.

 E l’architetto: - Se è quello che dico io è un gran delinquente.

 - Come un delinquente?... Toni è bravissima persona che lavora da Mondadori.

 - Scusa: ma non è un vecchio galante che offre alle donne fiori e cioccolatini, e che, oltre a lavorare da Mondadori, fa anche l’istruttore di guida presso l’autoscuola di Via XX Settembre?

 - Sì, è lui!

 - Allora, è quel farabutto che ha diviso una coppia di miei amici.

 E subito dopo si mise a raccontarne la storia.

 - Ho una coppia di amici carissimi con due bellissimi bambini. La moglie, di trentatré o trentaquattro anni, andava alle lezioni di guida, di sera e dopo cena, da questo Toni. Il marito, insospettito dagli orari e dai comportamenti della moglie, una notte la seguì e la trovò sul fatto. Il giorno dopo, la donna lasciò il marito portandosi dietro i figli. L'uomo, dopo aver pregato e scongiurato inutilmente per giorni e giorni la moglie, preso dalla disperazione si recò a casa di questo sessantenne. Trovò la moglie che inviperita gli rispose:

 - De quele robe lì ghe n’ho fin sora i cavei, el se rivolga a lù. (4)

 Alla fine chiesi se la donna fosse bella. E l’architetto dopo una smorfia:

 - Insomma! Non è da buttar via, anche perché è molto più giovane di lui.

 Un paio di giorni dopo, stavo sorseggiando un bianco con Toni, quando punto dalla curiosità:

- Senti  un po’, delinquente che non sei altro! Per fortuna, affermi sempre che le donne che lasci, dopo qualche mese trovano chi le porta all’altare. Ma come la mettiamo con la signora …? - facendone il  nome.

 Non avevo ancor smesso di parlare che ero già pentito di avergliele dette. A uno poi che bastava dirgli di rimanersene zitto, che non fiatava, di non cantare che cantava e che, se gli chiedevi un piacere, non sapeva dir di no.

 S’accese un lampo nei suoi occhi, sbiancò e imbarazzatissimo:

 - Ha un uomo stupido che sessualmente non sa soddisfare le esigenze della sua donna e capirne le attenzioni che pretende. - e, in un'impennata d'orgoglio, aggiunse - Sai com'è, quando mi assaggiano, non mi abbandonano più.

 Come si fa a non voler bene a uno così, e che, per giunta, lo chiamano anche Gussa?


(1)    Piccolo uomo del Sud.
(2)    Che fornica.
(3)    Rapporti sessuali.
(4)    Di quelle cose lì ne ho fin sopra i capelli, si rivolga a lui.


Fonte: srs di Enzo Monti  del 14 ottobre 2013



lunedì 19 marzo 2018

MAGO SABINO E RUCHETON

Tribunale di Cremona



Per cortesia: qualcuno dei miei lettori sa dirmi qualche informazione sul  gioco chiamato Mago Sabino e Rucheton?

Mi sto rivolgendo ai Cremonesi della mia età su un gioco erotico che si svolgeva sugli spiaggioni (1) del Po verso la metà degli anni Cinquanta. Se non trovassi notizie adeguate dovrò ricercare negli annali dei processi di quel periodo per il fatto che l’episodio, a cui mi riferisco, finì in tribunale. Ma veniamo al dunque. 

 A Cremona, se si esclude una famosa fornaia che, parlando del figlio, lo elogiasse raccontando ch'era un noto pederasta al posto di podista, gli omosessuali venivano chiamati culattoni. Di sicuro un nome spregiativo se non addirittura offensivo, e non solo al giorno d’oggi. Qualcuno non me ne voglia se ho riesumato un termine odioso, ma la storia è quella che è stata, e non la si può cambiare perché è scomoda. 

 A quei tempi, i pochi omosessuali che si manifestavano per tali venivano indicati a dito, derisi, se non addirittura picchiati. Il più noto di tutti e che ostentava apertamente la sua  omosessualità era un bell’uomo, e che chiameremo mister A.

 Avevo come amico uno spilungone che, quando lo vedeva passare per strada, non era contento se non l'istigava: lo richiamava con un fischio e poi gli gridava dietro: - Culaton! -(2)

 Subito dopo, voltava la faccia dall'altra parte facendo finta di niente; mentre l’altro, con moine tutte femminili, da lontano lo riprendeva gridando che era un maleducato e un villanzone. Parole a vuoto; considerando che le offese si ripetevano ogni volta che s’incrociavano.

 Un bel giorno, avvenne che in una pasticceria di Corso Garibaldi, questo Mister A fosse seduto a un tavolo con un altro omosessuale, forse un amante oppure un concorrente. Ora però, non saprei dirvi se fosse una questione di gelosia o di soldi, sta di fatto che vennero alle mani. Bicchieri e tazzine volarono per il locale. I due a terra che si menavano quando uno prese l’altro per i capelli e lo morsicò. Il nostro mister A ebbe la meglio: con un morso staccò un lobo dell'orecchio all’avversario e lo sputò.

 Non esistevano allora i pronto soccorso funzionanti come al giorno d'oggi, né chirurghi plastici che avrebbero potuto attaccarglielo anche qualche ora dopo. Di conseguenza, visto che la pasticceria non possedeva un gatto, il corpo del reato finì nella spazzatura. 
 Più informato di me, era mio fratello che purtroppo non c’è più. Ricordo che ogni tanto si commentava quell’episodio e si rideva a non finire. 

 Al fattaccio diede ampio risalto il giornale locale con diverse pubblicazioni. Le chiacchiere e la fantasia popolare fecero poi il resto. Una morbosa curiosità s'impadronì della città e del circondario su un gioco praticato dai due protagonisti della zuffa. Dicevano che si svolgeva sulle rive del Po e che veniva chiamato Mago Sabino e Rucheton(3). Chi lo raccontava in un modo, chi lo raccontava in un altro; in ogni caso, si era escluso che il gioco fosse quello assai noto del "Trenino" oppure del "Bigin t'inculi".(4) 

 Due erano le correnti di pensiero. Ciascuno difendeva con pesanti considerazioni e con rozze volgarità le proprie idee. Se ne discuteva nelle osterie, nei bar, in ufficio, nei negozi, perfino in casa, senza però che nessuno mettesse la mano sul fuoco su ciò che giurava.

 Commenti e pettegolezzi ripresero all'avvicinarsi delle prime udienze con la virulenza d'una malattia endemica. La notorietà dell’imputato, ma più di tutto l’argomento e le battute piccanti e spiritose che potevano saltar fuori richiamarono un pubblico numerosissimo. E l'ultimo giorno destinato alle arringhe non era da perdersi. L'aula del tribunale era talmente gremita che la maggior parte delle gente s'era assiepata nei corridoi, accontentandosi di seguire il dibattito attraverso i microfoni. Ci vollero parecchi carabinieri per tener a freno un pubblico maschile ridanciano, variopinto, d'ogni ceto, arrivato anzi tempo. 

 In quella vicenda, venne a galla che un gruppetto di questi omosessuali era solito fare certi giochi erotici e licenziosi sugli spiaggioni del Po. Forse un nesso o un qualche legame ci doveva pur essere tra questo gioco e la lite, per il semplice fatto che l’avvocato difensore della parte lesa, ad alta voce, con estrema chiarezza e insistenza chiese al nostro mister A:

 - Imputato, vuole per cortesia spiegare alla Corte cosa intende per giocare sugli spiaggioni del Po a Mago Sabino e a Rucheton?

 - Avucat! El la sa anca lu cosa vol dir giogar a Mago Sabino e a Rucheton.(5)

 - Posso anche saperlo, ma vorrei che lei spiegasse alla Corte in cosa consiste il gioco.

 - Avucat! El fasa mia tant el furbo!(6)

 - Senta! Se lei allude a qualcos’altro può darsi che abbia ragione; lei però deve spiegare alla Corte in cosa consiste questo gioco.- e dopo un attimo di sospensione, fattosi paonazzo - E tenga presente che io, del mio culo, posso farne anche un garage.

  E l’aula, per ordine del giudice, fu sgombrata. 


 (1) Spiaggioni sono lunghe spiagge di sabbia
 (2) Culattone.
(3) Rucheton, per quel che ne so, non ha un significato o una provenienza sicura. Probabilmente si riferisce al rocchetto dove si avvolge il filo.
 (4) Luigi, te lo metto in culo.
 (5) Avvocato! Lei sa cosa vuol dire giocare a...
 (6) Avvocato! Non faccia tanto il furbo!


Fonte srs di Enzo Monti del 3 ottobre 2013



giovedì 8 marzo 2018

martedì 6 marzo 2018

OLTRE LA VITA



Se tendi la mano, l’istinto ti guida a creature di Dio





Cosa è più bello….amare ho essere amati?

Amare,  amare sempre, anche invano…per la divina gioia d’amare...

 Lydia